Lettera e Spirito

Rivista di Studi Tradizionali

Il discernimento spirituale nel cristianesimo

di abggallardo

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«Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse,

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

Su di lui si poserà lo spirito del Signore,

spirito di sapienza e di intelligenza,

spirito di consiglio (discernimento) e di fortezza,

spirito di conoscenza e di timore del Signore.»[1]

 

«Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. Ora, se faccio quello che non voglio, io riconosco che la legge è buona; quindi non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io so infatti che in me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio. Ora, se faccio quello che non voglio, non sono più io a farlo, ma il peccato che abita in me. Io trovo dunque in me questa legge: quando voglio fare il bene, il male è accanto a me. Infatti acconsento nel mio intimo alla legge di Dio, ma nelle mie membra vedo un’altra legge, che muove guerra alla legge della mia mente e mi rende schiavo della legge del peccato che è nelle mie membra. Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?»[2]

 

«Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.»[3]

 

«Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, an­che le profondità di Dio. Chi conosce i segreti dell’uomo se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così anche i segreti di Dio nessuno li ha mai potuti conoscere se non lo Spirito di Dio. Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle, perché se ne può giudicare solo per mezzo dello Spirito. L’uomo spirituale invece giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno. Chi infatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo.»[4]

 

«Esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono.»[5]

 

«Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.»[6]

 

Introduzione

 

In generale, il discernimento è l’azione con cui si cerca di distinguere, differenziare tra due cose che in linea di massima ci appaiono come buone. Nel linguaggio colloquiale possiamo dire che una persona “senza discernimento” è quella che prende le cose alla leggera, che non è ca­pace di fare un giudizio accurato sulla realtà né di agire conseguentemente in una determinata situazione. La mancanza di discernimento può portare, in questo senso, ad agire senza soppesare quel che si fa né misurare bene le conseguenze dei propri pensieri, parole o azioni.

Tuttavia, qui si parla di un discernimento “spirituale”. Che significa questo? Le Sacre Scrit­ture ci offrono lumi preziosi per capire che significa discernere spiritualmente. Esse rivelano l’esistenza nell’uomo di una lotta o combattimento interiore intrapreso nell’anima umana: sono l’“uomo vecchio” e l’“uomo nuovo”; l’uomo del peccato e l’uomo redento da Cristo e illumi­nato dallo Spirito Santo. A nostra conoscenza, niente illustra meglio questa tensione, che lacera l’anima umana tra il vizio e la virtù, della citazione biblica da Romani, 7, 15-24 che abbiamo riprodotto all’inizio del presente articolo.

Per poter discernere qual è la volontà di Dio, qual è il Suo Progetto di salvezza per noi, San Paolo ci dice che è fondamentale che ci trasformiamo interiormente secondo l’“uomo nuovo” che è Cristo. Il rinnovamento della mente cui allude l’apostolo Paolo non si produce tanto per l’azione di una legge esterna, ma inizia dentro l’uomo, dall’intima illuminazione dello Spirito Santo che ci rende capaci di distinguere il bene dal male e di seguire il cammino del bene. Questo intendiamo quando parliamo di un discernimento spirituale. Si tratta di un’azione che non soltanto si realizza dall’interno, ma che altresì deve compiersi sempre in presenza e sotto l’azione dello Spirito di Dio.

Alla luce di quanto detto, potremmo definire il discernimento spirituale come un esercizio interiore che ci porta a esaminare e distinguere quali situazioni, persone o cose ci aiutano a seguire il Progetto di Dio e per contro quali ci discostano da esso. In questa maniera, aperti all’azione dello Spirito Santo che ci illumina e ci spinge, potremo dare alla nostra vita un orientamento che ci porti alla vera felicità.

Al discernere spiritualmente, cerchiamo d’illuminare una situazione concreta della nostra vi­ta con la luce della fede, in modo che la scelta che facciamo vada per il cammino dell’amore­vole disegno di Dio, che ricerca il bene per noi.

Tutto ciò che ci aliena dalla vita nello Spirito diventa un ostacolo per un buon discernimento spirituale. È responsabilità di ciascuno individuare nel proprio foro interiore gli ostacoli per un retto pensare e un retto agire: testardaggine, impazienza, superbia, autosufficienza, pigrizia mentale, o qualunque altro.

Presentiamo qui di seguito una selezione di testi di autori cristiani che trattano del discerni­mento spirituale.

 

1. Diadoco di Fotica

 

Diadoco, vescovo di Fotica nell’Epiro, è uno dei grandi asceti del V secolo, poco si sa della sua vita. Fozio menziona il “vescovo di Fotica, di nome Diadoco” tra gli avversari dei monofisiti[7] durante la celebrazione del Concilio di Calcedonia (451), in cui si condannò detta eresia. La sua firma compare in una lettera indirizzata all’imperatore Leone dai vescovi dell’Epiro dopo l’assas­sinio di Proterio vescovo d’Alessandria, per mano dei monofisiti, l’anno 457. Morì probabilmente verso il 468. La sua opera più importante, Kεϕάλαια γνωστικά ρ′ (De perfectione spirituali capita centum o I cento capitoli gnostici), è un manuale d’ascetismo, che ha esercitato uno straordinario influsso sulla formazione della dottrina e terminologia mistica e sull’ascetica cristiana. L’autore non solo mostra il vero cammino verso la perfezione, ma cerca anche di distinguere tra veri e falsi mezzi per tendere a essa, chiarire concetti ed eliminare fraintendimenti.

 

Riportiamo di seguito i capp. 30, 31 e 33 della sua opera principale, I cento capitoli gnostici. In essi, l’autore traccia un’analogia tra il senso corporeo del gusto e il suo appetito per le cose belle e gradevoli al palato e il senso dell’intelletto come “gusto divino” orientato alle dolcezze spirituali. Ricorda che così com’è proprio dell’uomo naturale lasciarsi influenzare dalle “dolcezze terrene”, l’intelletto colmato dalla grazia divina (Spirito Santo) si orienta alle realtà spirituali.

Diadoco rileva altresì la necessità d’essere vigili e attenti alle insinuazioni di Satana così come all’influenza nefasta dei “logismoi”[8] e perciò prescrive un metodo proprio della tradizione esicasta[9]: la concentrazione o il costante ricordo in un’orazione o formula a somiglianza del mantra indù o del dhikr islamico.

 

Capitoli gnostici n° 30, 31 e 33[10]

  1. Per senso intellettivo s’intende un gusto preciso di ciò che si discerne. Infatti allo stesso modo in cui mediante il nostro senso corporeo del gusto, quando godiamo buona salute, discer­niamo senza errore le cose buone dalle cattive e ci indirizziamo verso quelle che ci fanno bene[11], così anche il nostro spirito, quando comincia a muoversi sanamente in piena libertà da affanni, può sentire abbondantemente la consolazione divina senza mai farsi prendere da quella opposta. Come il corpo, infatti, per gustare le dolcezze della terra possiede l’infallibile espe­rienza del senso, così anche la mente, quando esulta al di sopra dei consigli della carne, può gustare senza errore la consolazione dello Spirito Santo («Gustate – dice infatti la Scrittura – e vedete che buono è il Signore»[12]) e conservare intatto per effetto dell’amore il ricordo del gusto, per cui distinguiamo con sicurezza ciò che più importa, secondo che dice san Paolo: «E per questo prego: che il vostro amore più e più ancora abbondi in conoscenza e in pienezza di senso, perché possiate distinguere ciò che più importa»[13].

 

  1. Quando il nostro spirito comincia a sentire la consolazione dello Spirito Santo, allora anche Satana consola l’anima quasi con un senso di falsa dolcezza che intervalli il riposo not­turno, quando cioè si cede a un sonno leggerissimo solo per un breve istante. Se allora l’in­gannatore si accorge che lo spirito si attacca al santo nome del Signore Gesù[14] con un intenso fervido ricordo, e che si serve di questo santo e glorioso nome a mo’ di arma contro le sue mistificazioni, recede dall’insidia e da quel momento combatte l’anima in una guerra aperta. Di conseguenza, riconoscendo esattamente le mistificazioni del maligno, lo spirito progredisce sempre più nell’esperienza del giudizio[15].

 

  1. Talora accade che l’anima si accenda d’amor di Dio per un moto che sicuramente la fa tendere verso di lui e che perciò non è frutto di fantasia. Essa allora quasi trascina con sé anche il corpo fino alle profondità di quell’amore ineffabile, sia che colui il quale è sotto l’influsso della grazia divina stia sveglio, sia che egli cada in quella parvenza di sonno di cui abbiamo parlato; in tale condizione l’anima non pensa a nient’altro che a quello verso cui si muove: si sappia bene che allora si è sotto l’azione dello Spirito Santo. Infatti tutta deliziata da quella dolcezza indicibile a nient’altro può allora pensare, perché gode di una gioia incrollabile.

Ma altre volte accade che lo spirito, pur se sotto l’influsso della grazia divina, concepisca un dubbio qualsiasi o un pensiero impuro. Anche se esso allora si è servito del santo nome per difendersi dal maligno – non però unicamente per amore di Dio –, si comprenda bene che allora sotto l’apparenza di quella gioiosa consolazione vi è l’ingannatore; tale gioia, del tutto confusa e scomposta, è propria del nemico che vuole fare dell’anima un’adultera. Quando infatti egli si accorge che lo spirito è decisamente fiero dell’esperienza del suo senso, allora suggestiona l’anima – come già detto – con certe consolazioni solo apparentemente buone, perché essa pro­strata da quella vana e morbida dolcezza si accoppi con l’ingannatore senza rendersene conto.

Questi sono i Segni di riconoscimento dello Spirito veritiero e dello spirito ingannatore.

È certamente impossibile sia gustare col senso spirituale la divina bontà, sia sperimentare sensibilmente l’amarezza dei demoni, se non ci si convince pienamente che la grazia ha stabilito la sua dimora nei profondi recessi dello spirito, e che gli spiriti maligni stazionano sempre vigili per attaccare da ogni parte il cuore; la qual cosa giammai i demoni vogliono sia creduta dagli uomi­ni, temendo che lo spirito, avutane esatta conoscenza, si armi contro di essi del ricordo di Dio.

 

2. San Giovanni Climaco

 

San Giovanni lo Scolastico è noto soprattutto con il suo soprannome Climaco, che deriva dalla trascrizione latina “della scala”, tratta dal titolo della sua opera principale: La Scala del Paradiso. I suoi dati biografici sono scarsi. Nato intorno al 579, entrò nel monastero del Monte Sinai all’età di sedici anni. A venti, fece la professione di fede secondo la regola del monastero, fino a quando de­cise di vivere da eremita. Dio lo favorì con il dono delle lacrime, e la sua fama di santità crebbe a tal punto che i monaci lo elessero come abate: aveva allora sessant’anni. La sua morte avvenne intorno all’anno 649.

Considerato un dottore universale, San Giovanni Climaco approfondì il cammino ascetico che può attraversare ogni cristiano. La Scala del Paradiso, libro di grande ricchezza interiore ed enor­me popolarità, sviluppa l’idea dell’ascesa dell’anima sotto la guida dello Spirito Santo, a somi­glianza con Cristo. Il titolo di quest’opera ricorda la scala di Giacobbe. È divisa in trenta scalini, e si possono considerarvi due parti principali: la prima riguarda i ventitré capitoli iniziali e tratta della lotta contro i vizi; i rimanenti sette capitoli ruotano attorno all’acquisizione delle virtù.

 

In San Giovanni Climaco, il discernimento non deve essere assimilato, senza ulteriori preci­sazioni, alla ragione, al pensiero, alla facoltà di conoscenza analitica, indiretta, mediata e di ca­rattere individuale. Non si tratta di ragionare o pensare a quel che si deve fare in una determi­nata situazione, per contro l’autore chiarisce bene la natura spirituale di questa facoltà illumi­nata dalla Grazia divina che permette di percepire la volontà di Dio “in ogni occasione, in ogni luogo e in ogni circostanza”. Il discernimento (qui chiamato “occhio dell’anima”), sarebbe quin­di l’applicazione al dominio contingente della Sapienza divina insufflata in un cuore puro. Vale a dire, la Grazia dello Spirito Santo la riceve solo un’anima vuota e distaccata da ogni identifi­cazione con le cose sensibili e con le creature. In definitiva si tratta di ordinare e allineare la volontà umana a quella divina, così che il cristiano voglia solo quello che vuole Dio.

Quanto segue è una selezione di frammenti corrispondenti al ventiseiesimo gradino del Scala Santa, in cui l’autore affronta il problema del discernimento spirituale.

 

Scala Paradisi. Gradino XXVI: Discrezione dei pensieri, delle passioni, delle virtù.[16]

  1. La discrezione[17], per i principianti, è la precisa cognizione di se stessi; per i proficienti, è un sentimento dell’anima, il quale può discernere senza errore il vero bene dai beni materiali e dal male; per i perfetti, è una cognizione, che proviene da illuminazione divina e che può con la sua luce illuminare anche le tenebre degli altri. – O forse anche, in complesso, la discrezione è, e viene intesa, come l’adempimento della volontà di Dio in ogni tempo, luogo e circostanza, quale essa si presenta solo a quelli che hanno puro il cuore, il corpo e le labbra.

Chi ha abbattuto questi tre vizi ha vinto anche gli altri cinque; chi trascura gli uni, non vince nemmeno gli altri. – La discrezione suppone purezza di coscienza e di sentimenti.

  1. L’anima, che è del tutto spirituale, è pure rivestita d’un senso spirituale, che non ces­siamo mai di ricercare in noi, anche quando in noi intorpidisse. Ravvivato quello, i sensi esterni cesseranno di adempire le loro funzioni a modo loro. Questo è il valore del motto che disse un Savio intelligente: «E troverai il senso divino»!
  2. Quando si hanno cattivi pensieri, altro è pregare, altro resistervi, e altro disperderli e sgominarli del tutto. Al primo allude colui che prega: Signore, accorri in mio aiuto[18] e simili in­vocazioni; al secondo chi afferma: Saprò che cosa rispondere a chi mi insulta[19] contradicendo­gli; e altrove: Ci hai reso oggetto di contesa ai nostri nemici[20]; al terzo chi cantò: Tacqui e non aprii bocca[21] e Posi alle mie labbra un fermaglio, finché l’empio stette in faccia a me[22]; e altrove: I superbi agivano contro di me, iniquamente, in tutti i modi; ma io non ho levato mai il mio sguardo da Te[23]. – Di queste armi la seconda si unisce talora alla prima, perché da sola sarebbe insufficiente; la prima però non riesce mai a cacciare il nemico mediante la seconda; la terza invece sopprime i suoi nemici assolutamente.
  3. Troppo è intelligente e fine l’occhio dell’anima, e, dopo gli Angeli, è superiore a ogni altra creatura vivente; e quindi quelli, che sono inclinati alle passioni, riusciranno spesso a scor­gere nell’anima altrui i pensieri passionali, per l’affetto che loro portano, specialmente quando non sono immersi essi stessi nel fango dei vizi …
  4. Come la cerva, bruciante di sete, anela ai ruscelli[24] così i religiosi desiderano cono­scere la santa volontà di Dio, non solo, ma anche la volontà mista, e perfino il suo contrario. – Su questo punto avrei realmente molto da dire e non poca difficoltà di spiegarmi: cioè quali azioni, adatte a noi, si debbano fare senza ombra di esitazione (secondo colui che dice «Guai a chi differisce di giorno in giorno»[25] e a chi, avendo tempo, aspetta tempo) e quali con arte e circospezione (come avverte chi dice « Secondo il disegno, si fa la guerra»[26]; e altrove «Tutto si faccia con decoro e ordine»)[27].

Certo non è di qualunque capita tra i piedi, intuire e valutare con immediatezza imprese difficili, poiché colui, che era pieno di Dio e in lui parlava lo Spirito Santo, pare che abbia chie­sto intuizione più d’una volta, e in particolare quando dice: Insegnami a fare la tua volontà, perché sei il mio Dio[28]; e in un altro punto: Guidami per la via vera[29]; e altrove: Fammi conoscere le vie, per cui andare, onde elevarmi a Te[30] da tutte le miserie della vita e dei vizi.

Coloro che vogliono conoscere la volontà di Dio, devono morire a se stessi; e, pregando i Padri, e anche i fratelli, con fiducia e schietta semplicità, e interrogandoli con umiltà e docilità, riceverne i consigli come dalle labbra di Dio, anche se quello che dicono è contrario alle loro vedute, e gli interrogati non siano persone tanto spirituali: Iddio non è ingiusto, da lasciare che vengano ingannate anime, che si sottopongono ai consigli altrui con fiducia e ingenuità, nem­meno nel caso che chi risponde, non sia fior di sapienza, perché chi parla per mezzo loro è l’Immateriale e l’Invisibile.

  1. Quelli che seguono in perfetta buona fede la regola indicata, sono pieni di bella umiltà. Se colui affidò il suo enigma al Salterio[31] immaginarsi quanto un’anima intelligente e dotata di ragione, sia da più del suono della lira![32].

Chi attraverso il lume divino possiede Iddio in sé, nel secondo caso suole venire illuminato da Dio senza ritardo, sia negli affari urgenti, sia negli affari non urgenti: la perplessità e il rima­nere impacciato a lungo, è indizio non di essere illuminato, ma attaccato al proprio parere. Dio non è ingiusto, da respingere da Sé chi picchia alla sua porta[33] con umiltà. Dio guarda l’inten­zione, sia in ciò che occorresse far subito, sia in ciò che bisognasse differire. Tutto quello che non ha difetto, né macchia, e si opera per il Signore e non per altro fine, anche se non fosse buono sotto ogni aspetto, ci sarà attribuito a merito ugualmente. Le ricerche troppo elevate, non sono scevre da pericoli; il giudizio di Dio sul conto nostro, a noi riesce imperscrutabile.

Talora poi Iddio provvidenzialmente vuole nascondere la sua volontà, sapendo che noi, anche conoscendola, non la eseguiremmo, e la nostra responsabilità sarebbe maggiore. – Il cuor retto evita le circonvoluzioni, navigando tranquillo entro la barca dell’innocenza.

  1. I loro insegnamenti [dei Padri] ci sono lucerna nelle tenebre, sono richiamo agli erranti, guida di quelli, che vanno a tastoni …

Chi ha la discrezione, dà la salute, e guarisce dalle malattie.

 

3. San Bernardo di Chiaravalle

 

Nacque nel 1090, a Fontaine, vicino a Digione (Francia), in una famiglia nobile della Borgo­gna, e morì a Chiaravalle il 21 agosto 1153. Già da giovane manifestò una speciale devozione alla Beata Vergine e nessuno ha mai parlato in maniera più sublime di lui della Regina dei Cieli. Dopo l’immissione nell’Ordine benedettino, nel 1116 fondò una nuova comunità nella Valle d’Assenzio, o Valle dell’Amarezza, nella Diocesi di Langres. Bernardo la chiamò Claire Vallée, da Clairvaux (Chiaravalle). Durante l’assenza del Vescovo di Langres, Bernardo fu investito come Abate da Guglielmo di Champeaux, Vescovo di Châlons-sur-Marne, che vide in lui l’uomo predestinato, servo di Dio. Da quel momento, una forte amicizia nacque tra l’Abate e il Vescovo, che fu professore di teologia a Notre Dame a Parigi e fondatore del convento di San Vittore.

Nel 1119 Bernardo partecipò al primo Capitolo Generale dell’Ordine, convocato da Stefano di Citeaux. Sebbene non ancora trentenne, Bernardo fu ascoltato con la massima attenzione e rispet­to, specialmente quando espose i suoi pensieri circa la rivitalizzazione dello spirito primitivo di regolarità e fervore in tutti gli ordini monastici. Nel 1120 Bernardo scrisse il suo primo libro Da Gradibus Superbiae et Humilitatis e le omelie De Laudibus Mariæ. Inoltre in questo periodo scris­se la sua opera su Grazia e Libero Arbitrio. Nel 1128 Bernardo partecipò al Concilio di Troyes, dove indicò le linee generali della Regola dei Cavalieri Templari, che ben presto divennero l’ideale della nobiltà francese. Bernardo li lodava nel suo De Laudibus Novæ Militiæ, indirizzato a Hughes de Payns, primo Gran Maestro dell’Ordine del Tempio e Priore di Gerusalemme (1129). Quest’opera è un elogio dell’ordine militare fondato nel 1118 e un’esortazione ai cavalieri a com­portarsi con valore nella loro condizione.

Nel 1139 Bernardo ricevette la visita a Chiaravalle di San Malachia, metropolita della Chiesa d’Irlanda, e si stabilì tra loro una stretta amicizia. San Malachia avrebbe volentieri preso l’abito cistercense, ma il Sommo Pontefice non avrebbe dato il suo permesso; tuttavia, egli morì a Chia­ravalle nel 1148.

Nel 1145 Papa Eugenio III incaricò Bernardo di predicare una nuova Crociata, per la quale concesse le stesse indulgenze che Urbano II aveva accordato alla prima. Gli ultimi anni della vita di Bernardo furono rattristati dal fallimento di tale Crociata, la cui intera responsabilità ricadde su di lui. Egli aveva accreditato l’impresa con i miracoli, però non ne aveva garantito il successo con­tro l’inganno e la perfidia di coloro che vi parteciparono.

Papa Pio VIII (1832) gli conferì il titolo di Dottore della Chiesa. I cistercensi l’onorano come solo i fondatori di ordini si onorano, per la meravigliosa ed estesa attività che diede all’Ordine di Citeaux.

 

Nel sermone di cui diamo un estratto, San Bernardo parte da numerose citazioni della Sacra Scrittura che mostrano con crudezza e drammaticità quella guerra santa interiore che è chiamato a fare ogni cristiano. Lo stile marziale e virile del sermone non ci sorprende provenendo dal principale ispiratore dell’Ordine del Tempio con i suoi cavalieri mezzi monaci e mezzi soldati e dal predicatore della seconda Crociata.

Dobbiamo precisare che il termine “carne” usato sia da San Paolo che da San Bernardo così come da molti Padri della Chiesa, non è sinonimo di corpo. La carne, secondo l’antropologia ebraica, designa la persona umana nella sua debolezza, nella sua indigenza privata della Luce dello Spirito. Vale a dire, la carne è l’insieme psicosomatico (corpo e anima individuale), che insieme con lo Spirito (universale) forma la costituzione tripartita umana che sostengono tutte le tradizioni spirituali. Pertanto, qualsiasi ascesi (disciplina) vera deve presentare tanto i sensi corporei quanto le potenze psichiche (memoria, volontà e ragione). È proprio a questa disciplina (fisica e psichica) che fa appello San Bernardo nella sua denuncia delle conseguenze della condotta secondo la carne. Così ci previene di stare in guardia contro i “poteri degli spiriti”, espressione che può riferirsi tanto ai demoni quanto ai cattivi pensieri e ai desideri che scatu­riscono dall’interno dell’uomo. Egli afferma che l’uomo deve diffidare di se stesso, ascoltare la voce di Dio nel suo cuore e discernere tenendo conto della natura e delle conseguenze dei suoi pensieri, parole e azioni.

 

Sermone XXIII: Dei sette spiriti [34]

  1. Il maestro dei Gentili, Paolo, prendendo occasione dalla natura spirituale per la quale abbiamo la vita, eccitando i discepoli ad una condotta spirituale, dice: Se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spinto[35]. Come se dicesse: Se la carne non giova a nulla, ma è lo spirito che la vivifica, occorre separare ciò che è prezioso da ciò che è vile, e mettere al primo posto la parte più degna, in modo da camminare secondo lo spirito, non secondo la carne. La carne si deve convertire allo spirito, sicché sia essa a servire e non a essere servita, e lo spirito dica al suo servo, il corpo: “Vieni!”, ed esso venga; “fa’ questo”, e lo faccia. Così infatti la no­stra compagna (la carne) sarà come vite carica di frutti, e si salverà per la generazione dei figli[36] che sono le opere buone, se essa sarà negli angoli della nostra casa, cioè in luogo nascosto e umile, e l’anima invece, come padrona, risiederà nel mezzo, come capo-famiglia, come giudice, onde avvenga come è scritto: L’anima mia è sempre nelle mie mani[37]. Maledetto infatti quello spirito che rende peggiore la sua compagna. Maledetto l’uomo che pasce la sterile e non benefi­ca la vedova. E, come attesta l’Apostolo, se vivremo secondo la carne, moriremo, perché quelli che camminano secondo la carne, non possono piacere a Dio, e quelli che seminano nella carne, dalla carne mieteranno corruzione[38]. Se invece con lo spirito mortificheremo le opere della carne, vivremo[39], perché quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio, e coloro che seminano nello Spirito, dallo spirito mieteranno vita eterna.
  2. Prudentemente pertanto, fratelli, e non da stolti, abbiamo scelto per voi una vita spirituale, per cui castighiamo il corpo e lo riduciamo in servitù, e adoriamo Dio, che è Spirito, in spirito e verità. Ma poiché vi sono diverse specie di spiriti, ci è necessaria la discrezione di essi, tanto più che l’Apostolo ci ammonisce non doversi credere ad ogni spirito. Può infatti sembrare ai meno eruditi e a coloro che hanno i sentimenti poco esercitati, che ogni pensiero sia una espressione dello stesso spirito umano, mentre la sicura verità della fede prova che non è così, come lo dimostrano anche le sacre Scritture. Ascolterò, dice il Profeta, non “che cosa dico io”, ma che cosa dice in me il Signore Dio[40]. E un altro Profeta: L’Angelo, dice, che parlava in me, eccetera[41], e dal salmo veniamo a sapere che vengono immesse cose per mezzo di angeli cattivi[42]. Per questo anche l’Apostolo teme che, come il serpente ha sedotto Eva con la sua astuzia, così an­che i cuori dei discepoli ai quali si rivolge siano ingannati da colui, del quale lo stesso Paolo non ignora l’astuzia. Perciò dice: La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue e carne, ma contro i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra[43]. Che ci sia poi uno spirito della carne non buono, lo indica chiaramente l’Apostolo, dove attesta che vi sono certuni gonfi di vano orgoglio nella loro mente carnale[44]. Dichiara anche che c’è lo spirito di questo mondo dove si gloria nel Signore per sé e per i suoi discepoli di non averlo accettato, ma di aver ricevuto lo Spirito di Dio, per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato[45].
  3. Questi due sono pertanto satelliti di quel maligno principe delle tenebre, e questo spirito di nequizia domina sia lo spirito della carne, sia lo spirito di questo mondo. Qualunque dunque di questi tre tipi parli allo spirito nostro, non dobbiamo credergli, perché essi hanno sete di sangue, non dei corpi, ma quel che è più grave, del sangue delle anime. Ma poiché hanno tutti una natura superficiale, li conosceremo dalle proposte che ci fanno, e la loro stessa suggestione metterà in chiaro quale sia lo spirito che parla. Lo spirito della carne infatti spinge sempre alla mollezza, lo spirito del mondo alla vanità, mentre lo spirito di malizia dice parole amare. Ogni qualvolta dunque un pensiero carnale viene a importunarci, come capita, per esempio quando, pensando al cibo, alla bevanda, al sonno e ad altre simili cose che riguardano la carne, veniamo presi da un certo desiderio umano, dobbiamo essere certi che in noi parla lo spirito della carne, e allora dobbiamo discacciarlo come un nemico, dicendo: Lungi da me, Satana, perché tu non pensi secondo Dio[46], ma piuttosto la tua sapienza è nemica di Dio. Quando invece si tratta, non degli allettamenti carnali, ma dell’ambizione del secolo, della iattanza, dell’arroganza o di altri pensieri simili, è lo spirito del mondo che parla nei nostri cuori, nemico questo molto più perni­cioso, e da scacciare con maggiore sollecitudine. Ma talvolta questi satelliti voltano le spalle, e lo stesso principe con grande ira, come leone ruggente, insorge contro di noi. È quando siamo spinti, non ai piaceri della carne o alla vanità del secolo, ma all’ira, all’impazienza, all’invidia, all’amarezza. Il demonio s’insinua importunamente per farci notare se qualche cosa è stata fatta o detta poco amichevolmente o con poca discrezione, se in qualche azione o segno ci possa essere occasione di sdegno o materia di sospetto. A tali pensieri bisogna resistere come prove­nienti dal diavolo stesso, e occorre guardarsene come dalla perdizione stessa. Poiché sta scritto: Con la vostra pazienza salverete le vostre anime[47].
  4. Capita tuttavia qualche volta che, il nostro spirito, vinto spesso da qualcuno di questi tre, e divenuto suo schiavo, ahimè!, fa le veci di quello a suo danno, di modo che, anche senza sugge­stione dell’altro spirito, l’anima, da se stessa, concepisce pensieri, o voluttuosi, o vani, o amari. Ora penso che non sia facile discernere quando sia il nostro spirito che parla in noi, e quando invece esso ascolti uno qualsiasi degli altri tre che parla. Ma che importa chi parli, dal momento che dicono tutti la stessa cosa? Che cosa importa conoscere la persona di chi parla, quando si sa che è pernicioso quello che viene detto? Se è il nemico che tenta, resisti virilmente al nemico; se è il tuo stesso spirito che suggerisce il male, sgridalo e piangi miserevolmente perché è precipi­tato in tanta miseria e si è ridotto a tale miserabile schiavitù.
  5. Ogni qualvolta invece la mente viene occupata da salutari pensieri circa la mortificazione del corpo, la conservazione dell’unità, la pratica della carità tra i fratelli o l’acquisto di altre virtù, la loro conservazione, il loro sviluppo, allora è certamente lo Spirito di Dio che parla, o direttamente, o tramite il suo angelo. E a quel modo che è stato detto dello spirito umano e di quello diabolico, così si può dire di quello angelico e divino, e non è facile discernere chi sia che parla, né è pericoloso ignorarlo, specialmente se pensiamo che l’angelo buono non parla mai da se stesso, ma è Dio che parla in lui.
  6. Pertanto, consideriamo ora in quale maniera udire, o piuttosto, con quanta indignazione rigettare le suggestioni di quegli spiriti maligni, stornando i nostri orecchi per non udire il san­gue e la sapienza, che viene dalla carne e dal sangue, prendendo anche fin dall’inizio i piccoli di Babilonia, cioè i pensieri mondani, e sbattendoli contro la pietra, discacciando anche lo stesso maligno con tutte le sue tentazioni dal nostro cuore e riducendolo al nulla. Accettando invece con tutta devozione quei pensieri che ci portano alla giustizia e alla verità, rendiamo grazie alla divina degnazione, né ci capiti di essere trovati un giorno ingrati a così grande benignità, sa­pendo che è lui stesso che parla la giustizia, lui, la cui parola è verità. Com’è temerario infatti, anzi, quanto è cosa sciocca se, mentre ci parla il Signore della maestà, noi non prestiamo ascol­to, e rivolgiamo la nostra attenzione a non so quali inezie! Quale grande ingiuria è questa e di quali castighi meritevole, mentre un vilissimo verme disdegna di ascoltare il Creatore di tutte le cose che si rivolge a lui? Quanto è grande l’ineffabile degnazione della divina bontà, che vede ogni giorno come noi chiudiamo le orecchie e induriamo il cuore, e ciononostante grida verso di noi, e continuamente fa risuonare la sua voce nelle piazze? Veramente nelle piazze, perché nella larghezza della carità. Ecco infatti che tu non hai bisogno dei miei beni, o Signore, e tuttavia dici: Ritornate a me, figli dell’uomo[48]; e di nuovo vai gridando: Ritorna, ritorna, Sunamite; ritorna, vogliamo ammirarti[49].

[1] Isaia, 11, 1-2.

[2] Romani, 7, 15-24.

[3] Romani, 12, 2.

[4] I Corinti, 2, 10-16.

[5] I Tessalonicesi, 5,21.

[6] I Giovanni, 4, 13.

[7] Eresia cristologica che nega l’esistenza di due nature (la divina e l’umana), nella Persona divina del Verbo (Cristo).

[8] Pensieri (non necessariamente cattivi) che turbano la pace dello spirito e fanno capovolgere l’anima del credente.

[9] Esicasmo (da hesychia, tranquillità, pace) è una via iniziatica nella tradizione cristiana ortodossa, mantenutasi sul Monte Athos (Grecia). Il metodo esicasta propone di ricondurre la mente al cuore tramite la quietudine dei pensieri attraverso tecniche respiratorie e la recitazione di una formula che è solitamente la “Preghiera di Gesù”: Signore, abbi pietà di me, peccatore! (Luca, 18, 13).

[10] Cfr. Diadoco, Cento considerazioni sulla Fede, traduzione a cura di Vincenzo Messana, Città Nuova Editrice, Roma, 1978.

[11] Letteralmente “utili”.

[12] Salmi, 33, 9.

[13] Filippesi, 1, 9-10.

[14] Diadoco sottolinea l’importanza della Preghiera di Gesù.

[15] Il ricordo incessante di Dio, unito all’invocazione del Suo santo Nome, appare come fonte di discer­nimento.

[16] Estratti. Cfr. S. Giovanni Climaco, Scala Paradisi, Società Editrice Internazionale, Torino, 1941, a cura del Sac. Pietro Trevisan.

[17] Il termine “discrezione” qui utilizzato nella traduzione del testo di S. Giovanni Climaco, così come in seguito in quella di San Bernardo di Chiaravalle, deriva dal latino discretiònem da discrètus, p.p. di discèrnere, composto dalla particella dis (due volte, esprimente separazione, divisione) e cernere (separare una cosa da un’altra). Vista l’etimologia comune con “discernimento” manteniamo l’utilizzo di questi due termini considerandoli come sinonimi.

[18] Salmi, 69, 2.

[19] Salmi, 118, 42.

[20] Salmi, 79, 7.

[21] Salmi, 38, 10.

[22] Salmi, 38, 2.

[23] Salmi, 118, 51.

[24] Salmi, 41, 2.

[25] Ecclesiaste, 5, 8.

[26] Proverbi, 24, 6.

[27] I Corinzi, 14, 40.

[28] Salmi, 142, 10.

[29] Salmi, 24, 5.

[30] Salmi, 142, 8.

[31] Salmi, 48, 5.

[32] Senso: Il Salmista rivela i suoi segreti alla sua cetra; e tanto più volentieri Iddio li affida all’anima fiduciosa.

[33] Matteo, 7, 7.

[34] Estratto. Cfr. Bernardo di Chiaravalle, Sermoni diversi, traduzione di Domenico Turco, Edizioni Vivere In, Roma, 1997.

[35] Galati, 5, 25.

[36] I Timoteo, 2, 15.

[37] Salmi, 118, 109.

[38] Romani, 8, 13; 8, 1-8; Galati, 6, 8.

[39] Romani, 8, 13-14.

[40] Salmi, 84, 9.

[41] Zaccaria, 1, 9.

[42] Salmi, 77, 49.

[43] Efesini, 6, 12.

[44] Colossesi, 2, 18.

[45] I Corinti, 2, 12.

[46] Marco, 8, 33.

[47] Luca, 21, 19.

[48] Salmi, 89, 3.

[49] Cantico, 6, 12.

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