L’Universalità nell’Islam *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Abdul-Hâdî

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Abbiamo voluto sviluppare, sotto la forma di una trasfigurazione solare del paesaggio esotico [1], la dottrina del reale secondo l’“Identità suprema”. Abbiamo visto che, nonostante l’unità assoluta, esistono dal punto di vista umano, particolare o disgiuntivo, due realtà: la collettiva e la personale. La prima è acquisita (imposta o adottata), storica, ereditaria, temporale e, per così dire, adamica. L’altra è originaria, innata, extra-temporale e dominicale. Essa può essere più o meno oscurata, ostacolata, ma esiste sempre. Non vi si può rinunciare; non può distruggersi; è fatale, giacché è la ragion d’essere di ciascuno, ossia il suo destino, verso il quale tutto il lavoro spirituale e cosmico non è che un ritorno [2]. La prima è la realtà quale appare agli occhi della gente ordinaria, vale a dire quella delle percezioni dei cinque sensi e delle loro combinazioni secondo le leggi della matematica e della logica elementare. La seconda realtà è la sensazione dell’eternità [3]. Nel mondo concreto, l’una corrisponde alla quantità, l’altra alla qualità. La realtà collettiva è sovente chiamata la Volontà universale, ma io preferisco designarla la Necessità, riservando il termine Volontà per indicare, bene o male, la realtà personale. La Volontà e la Necessità possono paragonarsi alla Scienza e all’Essere. Questi termini sono familiari, non solo al pensiero europeo a partire da Wronski (secondo Warrain: La Synthèse concrète, pag. 169), ma anche a un’importante scuola dell’esoterismo musulmano, seguita soprattutto in India. La Scienza e l’Essere corrispondono letteralmente a “El-Ilmu wal-Wujûd”, i due aspetti primitivi della Divinità. È appena il caso di ricordare che solo la Volontà esiste positivamente, e che la Necessità non ha che un’esistenza relativa o illusoria. Tutte le religioni e le filosofie concordano su questo punto. È questa la ragione per cui esistono ovunque degli spiriti aristocratici. E tutti i musulmani dicono: Et-Tawhîdu wâhidun, che alla lettera e commentato a proposito significa: «La dottrina dell’Identità suprema è, in fondo, dappertutto la stessa», o anche: «La teoria dell’Identità suprema è sempre la stessa». Ma voglio insistere su un carattere distintivo dell’Islamismo, sul punto capitale dell’idea di Muhammad il Profeta. La Volontà non può raggiungere la sua pienezza che attraverso la Necessità: da un lato per il bisogno del Cielo, e dall’altro per lo sforzo di soddisfare le giuste necessità della realtà collettiva. Quest’ultima è dunque indispensabile a titolo di sforzo salutare, come mezzo di sviluppo di tutte le facoltà latenti della Volontà. L’inerzia negativa dell’una è tanto indispensabile quanto l’energia positiva dell’altra. L’una ha tanto bisogno di ricevere quanto l’altra di dare. Entrambe sono bisognose l’una dell’altra. Nei rari casi in cui agiscono come devono normalmente fare, esse non trovano l’occasione di cercare quale sia più ricca della sorella.

Nell’ordine della psicologia romantica, umanistica, la realtà personale corrisponde un poco all’elemento donchisciottesco, la realtà collettiva a Sancio Panza. L’immortale capolavoro di Cervantes deve essere considerato come una confessione d’impotenza del Cristianesimo (almeno sotto le forme che conosciamo attualmente). Questa religione è mai stata nello stesso tempo cattolica (cioè esoterica, orientale) e romana (exoterica, occidentale)? Essa non ha mai potuto essere una cosa se non a detrimento dell’altra. Quanto ai Cristiani che non dipendono da Roma, sono essi realmente Cristiani? L’ignoro. Quando una religione dichiara con tutta serietà che il suo rituale e i suoi dogmi non hanno alcun senso nascosto o interiore, essa fa pubblica professione di superstizione e non merita che d’essere collocata in un museo d’antichità.

L’Europa ha fatto numerosi tentativi per fondere Don Chisciotte e Sancio Panza in un unico personaggio. Essi sono tutti falliti, poiché quelli che sono riusciti sono usciti dal Cristianesimo fondando il libero pensiero. Menzionerò solo due di questi tentativi falliti, due estremi, il satanico e il grottesco: il Gesuita e Tartarino di Tarascona. Non vedo che un solo Occidentale capace di risolvere il problema: San Rabelais. Ma questi, che era un iniziato, probabilmente sapeva che la soluzione esisteva da secoli, quella dei Malâmatiyah. Per illustrare la nostra analisi confronteremo il Malâmatî e Tartarino. Il primo esibisce Sancio Panza e cela Don Chisciotte nel suo foro interiore come una sorta di retro-pensiero che lo ossessiona sempre, ma che non pronuncia mai. L’eroe di Daudet, al contrario, manifesta il suo Don Chisciotte nel Tartarino delle spedizioni lontane, mentre il suo Sancio Panza, il Tartarino in panciolle, è nascosto a tutti, tranne che alla fantesca.

Le realtà personale e collettiva, la Volontà e la Necessità, l’esteriore e l’interiore, l’unità e la pluralità, Uno e Tutto, si fondono in una terza realtà che l’Islam è la sola religione a conoscere, riconoscere e professare. Questa realtà è la realtà mohammediana o profetica. Il nostro Profeta era non solo nabî o ispirato eloquente, ma anche rasûl o inviato legiferante. Si rivolse all’aristocrazia (intellettuale) attraverso En-nubûwah, o l’eloquenza ispirata. Impedì la decadenza completa del popolo e dei deboli grazie a Er-risâlah, o la legge divina. La fusione dell’élite con il comune, l’aristo-democrazia islamica poté compiersi senza violenza e senza promiscuità grazie all’istituzione propria all’Islâm d’un tipo d’umanità convenzionale che, in mancanza di meglio, chiamo uomo medio o la normalità umana. Alcuni filosofi anglosassoni parlano di “the average man” o l’uomo della mediocrità, ma non conosco abbastanza bene le loro teorie per osare pronunciarmi. Questo tipo umano è sempre fittizio, mai reale. Serve da isolante neutro e impersonale che facilita certi rapporti, previsti e regolati in anticipo, e rende impossibile contatti irregolari e rapporti troppo personali tra persone che vogliono ignorarsi socialmente. Essendo nello stesso tempo nessuno e ognuno, senza alcuna realtà concreta, sempre la regola, mai l’eccezione, questo tipo umano non è che un metro di misura universale di tutti i possibili diritti e doveri sociali, morali e religiosi. Questo formalismo, questo giusto equilibrio tra i vari interessi (materiali, spirito-materiali e religioso-rituali), questo repertorio completo di tutte le circostanze esteriori della vita sociale e religiosa è il miglior agente di propaganda islamica. Grazie ad esso, lo stato sociale della tribù arabo-semitica, che è un ideale di giustizia, d’integrità, di cooperazione e di solidarietà, può estendersi a tutto l’Universo.

La perfezione di alcune società realmente primitive è stata costatata da molti sociologi, etnografi e poeti. Ma le virtù del “selvaggio” non sorpassano mai i ristretti limiti della tribù. Per questo motivo non si tratta che di un ideale poetico. La sua antitesi, il civilizzato attuale, non vale certamente più di lui, dal punto di vista dell’integralità umana. Nel primo, la qualità è sviluppata a detrimento della quantità. Nell’altro, abbiamo la quantità, che è qualcosa, è vero, ma la qualità è lungi dall’essere lodevole. Il formalismo, l’istituzione dell’uomo medio permette all’uomo primitivo di raggiungere l’universalità senza perdere nessuno di quei preziosi caratteri propri all’Adamismo primordiale e quasi-paradisiaco.

È giustamente l’“uomo medio” a essere l’oggetto della Shariyah o la legge sacra dell’Islamismo. Essa è molto semplice quando la differenza esteriore tra l’élite e il comune è minima. Allora, la lettera primitiva è sufficiente. Ma, con il progresso sociale, la complicazione della vita e il cambiamento delle condizioni esteriori, l’applicazione diretta della lettera avrebbe contraddetto lo spirito della legge. L’uomo medio si diversificò, i testi ebbero dei commentari, e la scienza dei dottori della legge progredì con la vita. Tuttavia, la differenza tra i testi e i loro commentari è solo apparente. L’evoluzione è naturale e logica, nonostante il parere degli orientalisti da caserma o da sacrestia.

Certe prescrizioni della Shariyah possono sembrare assurde agli occhi degli Europei. Esse hanno tuttavia la loro ragion d’essere. Una religione universale deve tener conto di tutti i gradi intellettuali e morali. La semplicità, le debolezze e le particolarità degli altri hanno, fino a un certo punto, diritto a degli adattamenti. Ma anche la cultura intellettuale ha i suoi diritti e le sue esigenze. L’uomo medio stabilisce attorno a ciascuno una sorta di neutralità che garantisce tutte le individualità, pur obbligandole a lavorare per l’umanità intera. La storia non conosce altre forme pratiche dell’integrale umano. L’esperienza testimonia in modo irrefutabile a favore dell’universalità islamica. Grazie alle formule arabe, vi è un mezzo d’intesa perfetta fra tutte le svariate razze viventi tra il Pacifico e l’Atlantico. Non è possibile riscontrare diversità etniche più marcate di quelle esistenti, ad esempio, tra il Sudanese e il Persiano, il Turco e l’Arabo, il Cinese e l’Albanese, l’Indo-Ariano e il Berbero. Nessun’altra religione o forma di civiltà è riuscita a tanto. Si può dunque dire che l’Islam è il miglior agente di comunicazione spirituale che esista. L’Europa non può stabilire che l’internazionale materiale. È qualcosa, ma non è tutto. Inoltre non è il Cristianesimo il fautore di quest’opera, bensì del positivismo occidentale, per non dire del libero pensiero.

È la ragione per cui consideriamo la catena profetica conclusa, sigillata, con Muhammad il Profeta degli Arabi e dei non-Arabi, giacché egli ne è l’apogeo. Lo spirito profetico è la dottrina dell’“Identità suprema”, dell’Uno-Tutto in metafisica, dell’Uomo Universale in psicologia, e dell’Umanità integrale in organizzazione sociale. Ebbe inizio con Adamo e si è completata con Muhammad.

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La parola Islam è la forma infinita del verbo causativo Aslama, dare, consegnare, rimettere. Vi è un’ellissi: “Lillahi” (a Dio) è sottointeso. “El-Islâmu lillahi” significa dunque: rimettersi a Dio, vale a dire seguire docilmente e coscientemente il proprio destino. Ora, giacché l’uomo è un microcosmo, composto di tutti gli elementi dell’Universo, ne consegue che il suo destino è d’essere universale. Egli non segue il suo destino quando l’inerzia domina le sue facoltà superiori. L’Islam, in quanto religione, è la via dell’unità e della totalità. Il suo dogma fondamentale si chiama Et-Tawhîd, vale a dire l’unità o l’azione di unire. Come religione universale, esso comporta dei gradi, ma ciascuno di questi gradi è veramente l’Islam, vale a dire qualunque aspetto dell’Islam rivela i medesimi principi. Le sue formule sono estremamente semplici, ma il numero delle sue forme è incalcolabile. Più queste forme sono numerose, più la legge è perfetta. Si è Musulmani quando si segue il proprio destino, ossia la propria ragion d’essere. Giacché ciascuno porta il proprio destino in se stesso, è evidente che tutte le discussioni sul determinismo o il libero arbitrio sono un’inanità. L’Islamismo, anche solo quello exoterico, è oltre questa questione. Per questo i grandi dottori non hanno mai voluto pronunciarsi su di essa. Non si può spiegare all’uomo ordinario come Dio fa tutto, come Egli è ovunque, e come ciascuno Lo porta in se stesso. Tutto ciò è chiaro all’uomo “che conosce la propria anima” (man yaraf nafsahu), cioè il proprio io, lui stesso, e sa che tutto è vano al di fuori della “sensazione dell’eternità”. La parola “ex cathedra” del “muftì” deve essere chiara, comprensibile a tutti, anche a un nero analfabeta. Egli non ha il diritto di pronunciarsi se non su un luogo comune della vita pratica. D’altronde non lo fa mai, tanto più che può eludere le questioni che non sono di sua competenza. Si tratta della netta separazione, nota a tutti, tra le questioni sufiche e sharaite, che permette all’Islam d’essere nello stesso tempo esoterico ed exoterico senza mai contraddirsi. Per questo motivo non vi sono mai seri conflitti tra la scienza e la fede presso i Musulmani che comprendono la loro religione.

Ora, la formula del “Et-Tawhîd”, o del monoteismo, è di pratica comune, sharaita. La portata che date a questa formula è una questione personale, giacché dipende dal vostro sufismo. Tutte le deduzioni che traete da questa formula sono più o meno buone, a condizione tuttavia di non annullare il senso letterale; altrimenti distruggereste l’unità islamica, ossia la sua universalità, la sua facoltà d’adattarsi e convenire a tutte le mentalità, circostanze ed epoche. Il formalismo è di rigore; non è una superstizione, ma un linguaggio universale. Poiché l’universalità è il principio, la ragion d’essere dell’Islam, e poiché, d’altro canto, il linguaggio è il mezzo di comunicazione tra gli esseri dotati di ragione, ne consegue che le formule exoteriche sono tanto importanti per l’organismo religioso quanto le arterie per il corpo animale. Mi sono permesso questa dissertazione soprattutto per mostrare che “l’intelligenza” (inter+legere, El-Aqlu), e con ciò intendo l’intelligenza universale, risiede nel cuore, il centro della circolazione del sangue.

Questa localizzazione non riguarda la sentimentalità, il cui posto è nelle mucose dell’intestino, almeno quando si trova nel posto che deve occupare nell’economia fisiologica.

L’intelligenza e il discernimento sono i due aspetti principali della ragione umana. L’una concepisce l’unità, l’altro la pluralità. La ragione sana, possedendo queste due facoltà sviluppate fino ai loro limiti ultimi, può dunque concepire l’Essere Uno-Tutto; tuttavia questo Essere non è l’Assoluto, che è oltre ogni operazione intellettuale. Si è arrivati ai confini, non solo della scienza, ma anche dello “scibile”, quando ci si rende conto che non si può andare oltre. Riconoscere l’impossibilità di sapere è la conoscenza dell’Infinito (El-ajzu an el-idrâki idrâkun). È il solo modo, è vero, ma saremmo prossimi alla divulgazione dei segreti se affermassimo che tale impossibilità non è un paradosso o un modo di dire, bensì una scienza reale, fertile e, in definitiva, sufficiente. Tutto quel che è solamente exoterico conduce fatalmente allo scetticismo. Ora, lo scetticismo è il punto di partenza degli eletti. Di là dei limiti dello “scibile”, vi è tuttavia un progresso scientifico, ma allora le conoscenze diverranno completamente negative. Sono queste le più fertili, giacché evidenziano la nostra “povertà” (El-faqru), ovvero il nostro bisogno del Cielo. Coscienti dei nostri bisogni, sapremo formulare le nostre domande. Dico domande e non preghiere, poiché va evitato tutto quanto assomiglia in qualche modo a un clero. È importante saper domandare, poiché, in questo caso, il Cielo è come la natura, che risponde sempre con la verità quando ben interrogato, ma solo allora. Un esperimento chimico o fisico rivela qualcosa. Mal eseguito, conduce all’errore. Il Cielo accorda sempre un bene quando si domanda come si deve. Non concede nulla, o può anche dare il male, quando si domanda male. Si tratta d’un effetto della mutualità divina o della legge della catadiottria universale [4].

I moralisti della sentimentalità, Cristiani, Buddisti o altri, hanno glorificato l’umiltà. Sia pure, ma non significa nulla essere umili o non esserlo, poiché siamo tutti dei nulla. Hanno fatto dell’umiltà una virtù, un fine, mentre non è che un mezzo, un esercizio e una preparazione. Essa è solo una piccola stazione lungo la via, dove ci si ferma se il viaggio lo richiede. La vanità è una bestialità. L’umiltà fuori luogo può esserlo ugualmente.

Abbiamo visto in precedenza [5] che il Credo musulmano inizia con una negazione, seguita da un’affermazione. Quel che nego e poi affermo portano entrambi lo stesso nome, A L H [6]; ma, nel primo caso, è indeterminato (36), e, nel secondo, è determinato (66) [7]. Dico che il vago è non-esistente, ma che la distinzione è il reale. Considerando solo la forma delle lettere, si tratta di una trasformazione dell’infinito, rappresentato da una linea retta (verticale) (A), nell’indefinito, rappresentato qui dal cerchio (H), passando per l’angolo (L). Nel caso dell’affermazione del distinto, l’angolo (L) è ripetuto due volte.

La parte più grande dell’esoterismo pratico riguarda il destino, l’identità tra l’io e il non-io, e l’arte del donare, basata sul fachirismo. L’ordine consiste nel seguire docilmente e coscientemente il proprio destino, che è vivere, vivere tutta la propria vita, che è quella di tutte le vite, cioè di tutti gli esseri [8].

La vita non è divisibile; ciò che la fa apparire tale è che essa è suscettibile di gradazioni. Più la vita dell’io si identifica con la vita del non-io, più si vive intensamente. La trasfusione dell’io nel non-io si attua mediante il dono più o meno rituale, cosciente o volontario. Si comprende facilmente che l’arte di donare è il principale arcano della Grande Opera. Il segreto di quest’arte consiste nel disinteresse assoluto, nella perfetta purezza dell’anima dell’atto, vale a dire dell’intenzione, nell’assenza completa di ogni speranza in una contropartita, di una qualunque ricompensa, foss’anche nell’altro mondo. Occorre che il vostro atto non assomigli in nessun modo a uno scambio di cortesie. È quindi più perfetto, più puro, dare a chi appare inferiore o debole piuttosto che a un nostro pari o al più forte. Dal punto di vista esoterico, è meglio dare a una specie lontana dalla vostra piuttosto che al vostro simile. È per questo motivo che l’attrazione per l’opposto, il gusto dell’esotico, la zoofilia e lo studio amoroso della natura sono altrettanti indici di disposizioni esoteriche. Il celebre poeta Abul-Alà El-Moarri, considerato da alcuni come eretico, materialista o libero pensatore, occupa in realtà un rango molto elevato nella gerarchia spirituale dell’esoterismo mussulmano. Arrestarsi all’umanitarismo è dunque un errore social-sentimentale. Una prima sgrossatura dell’egoismo animico e nutritivo è sufficiente per essere socialmente perfetti, giacché tutte le virtù civiche non sono che della politica più o meno buona, cioè vantaggiosa. È oggigiorno impossibile fare del bene all’umanità senza alcun retro-pensiero utilitarista. La carità verso il simile è un dovere, un atto di precauzione o di alta previdenza. Ben difficilmente può contenere qualcosa fatto “unicamente per Dio”. Il sentimentalismo lascia sempre una macchia egoista su tutto ciò che si fa in suo nome, non fosse che adornandosi di bei motivi per degli atti molto semplici. I Malâmatiyah si danno sempre una serie di cattive ragioni prima di eseguire le belle azioni che sono chiamati a compiere.

Il bene che si fa a un animale ci avvicina maggiormente a Dio, poiché l’egoismo non vi ha gran parte, almeno nei casi ordinari. Lo spostamento mentale è più grande, la conquista nell’anima universale è più lontana. Se vi attaccate agli esseri umani, questi s’attaccano a voi per ogni sorta di ragioni pratiche. L’attaccamento tra un animale e un essere umano è d’ordine superiore. È inoltre molto istruttivo, poiché, secondo la formula: x sta a voi come voi al vostro gatto, ad esempio, si possono scoprire molti segreti riguardanti il destino. È vero che il gesto zoofilo è di grande utilità dal punto di vista siderale; ma, solo per comprendere questa utilità, occorre già una grande evoluzione dell’egoismo nel trascendente. L’uomo che percepisce che le potenze lo giudicano nel modo in cui egli giudica le debolezze, quest’uomo non ha più bisogno di guida spirituale. Egli è definitivamente sulla buona strada, sta per diventare egli stesso la Legge universale, poiché comincia a incarnare la fatalità. Può avere bisogno di un’istruzione tecnica per evolvere più rapidamente, ma, poiché sa dare senza fare commercio, ha già il suo cielo [9]. Sarebbe dunque fuori luogo tacciare di egoismo coloro che coltivano la zoofilia per un fine astrale, ad esempio per scongiurare ciò che viene chiamata “la cattiva sorte” nell’ordine interiore, o per ristabilire, per quanto possibile, lo stato edenico dell’Adamismo primitivo [10]. Sono persone che possiedono qualche conoscenza, e che impiegano la loro scienza per procurarsi una felicità terrena considerata lecita dalla Tradizione.

Non insisterò mai abbastanza sul fatto che l’arte di dare è il Grande Arcano. Il dono assolutamente puro e disinteressato è la sensazione del nulla nella pratica realizzativa. Questa percezione cristallizzata è una pietra di paragone, la migliore, per controllare l’Esistenza nell’Assoluto. Questo prezioso strumento d’investigazione dell’aldilà può avere un’apparenza molto semplice, rustica, perfino grossolana; ma un solo atomo di sentimentalità è sufficiente a guastarlo. Si può dire “San Rabelais”, ma non si sarà mai abbastanza circospetti di fronte alle teorie cristiane (nel senso ordinario) o buddiste.

Il lettore che mi ha fin qui seguito senza fatica né irritazione, può vedere facilmente che il dono umanitario è solo la giusta comprensione dei nostri vantaggi e svantaggi materiali. Infatti, tutti comprendono che è utile a tutti che tutti abbiano l’indispensabile per vivere in modo umano. La vera carità comincia con l’animale; essa continua con la pianta, ma allora essa esige le scienze iniziatiche. Queste scienze conducono all’Alchimia, che è la carità umana verso le pietre, i metalli, ossia verso la natura inorganica. L’apogeo di questa carità è il dono del Se ai numeri primitivi, poiché allora si sostiene l’Universo mediante il suo soffio ritmato. Mi permetto di far osservare che la Carità cosmica progredisce nel senso inverso dell’evoluzione della materia, come si dice volgarmente.

Grazie al perfetto accordo che l’Islam stabilisce tra l’esoterico e l’exoterico, se ne può parlare sotto tutti gli aspetti, vale a dire che esso sopporta la propaganda, anche per quel che riguarda l’esoterico, almeno in una certa misura. La propaganda lo fortifica, nel senso che l’arricchisce dal punto di vista puramente intellettuale. È vero che diversi rami delle scienze islamiche si sono sviluppati solo perché diversi popoli non-arabi abbracciarono l’Islam. Molti orientalisti, osservando questo fenomeno, l’hanno attribuito a una giustapposizione tra lo spirito ariano o turanico e la mentalità arabo-semitica. È un errore.

Queste scienze si trovavano già in germe nell’Islamismo primitivo. Poiché esso ammette il razionalismo e la libertà di pensiero, s’impose l’obbligo di rendersi comprensibile ai nuovi venuti, di rivestire una forma conveniente alla loro mentalità. Lo sviluppo avvenne mediante la collaborazione tra allievi e professori. Le domande provocarono le risposte. Dal bisogno esteriore di formulare le proprie subcoscienze nacquero le scienze razionali e scolastiche dell’Islamismo. Gli Arabi non presero nulla di nuovo agli stranieri. Non fecero che trasformare un po’ del loro oro in argento, per così dire, e ciò al solo scopo di semplificare i rapporti tra i popoli.

Prego gli studiosi della Cabala di voler notare che, dal punto di vista puramente scientifico, ci si istruisce insegnando agli altri; l’interiore si arricchisce con il lavoro esteriore; il Cielo vi dà nella misura in cui voi distribuite alle creature quel poco che possedete. Ma bisogna sapere come.

Diciamo subito che l’altruismo è una parola vuota; dovrebbe essere bandito dal linguaggio metafisico, giacché l’altrui non esiste. Non vi è alcuna differenza tra voi e gli altri. Voi siete gli altri, tutti gli altri, tutte le cose. Tutte le cose e tutti gli altri sono voi. Non facciamo che rifletterci reciprocamente. La vita è unica e le individualità non sono che l’inferenza del destino che irradia nel cristallo della creazione. L’identità dell’io e del non-io è la Grande Verità, come la realizzazione di questa identità è la Grande Opera. Se, alla notizia di un furto, non siete in grado di comprendere che siete il ladro e anche il derubato; che, nel caso di un omicidio, siete nel contempo l’assassino e la vittima; se non sapete arrossire di vergogna o per il senso di colpa alla notizia di crimini mostruosi, nuovi, inconcepibili, che mai nella vostra vita sareste stati tentati di commettere; se non vi sentite coinvolti, per quanto poco, in un terremoto nel Turkestan o in una epidemia di peste nella Manciuria, fareste meglio a non studiare l’esoterismo, poiché perdereste il vostro tempo.

È soprattutto la comunità criminale che dimostra come l’atto isolato quasi non esiste, e che è difficile distinguere un uomo dall’altro. Non dico che tutti gli uomini siano eguali, sostengo che sono tutti “lo stesso”. Osserviamo, ad esempio, il concatenamento delle azioni. Avete notato come un sospetto generale, anche se ingiusto, suscita attorno al presunto colpevole le prove sufficienti della sua colpevolezza? Ciò accade tanto più rapidamente quando è innocente al punto d’ignorare come il crimine sia stato perpetrato. Se è colpevole, ma intelligente, può creare attorno alla sua persona un’aura negativa, volontaria, che respinge l’aura collettiva che vuole sommergerlo. È facile vedere come l’aura morale di una collettività si accumula poco a poco attorno ai centri nervosi di una società, si condensa e prende una forma umana, in genere quella dell’autore d’un crimine. Ma questo criminale non è che la mano che colpisce. La vera origine dell’atto si trova nella collettività. Essa senza dubbio non fa nulla, ma fa fare, che di fatto è la stessa cosa. Si può quindi dire che non vi sono innocenti [11].

Quando dichiaro che tutti siamo colpevoli, non pretendo l’assoluzione del criminale. Ancor meno reclamo castighi collettivi. L’esoterismo non ha nulla a che fare con il codice, che è un prodotto naturale, per quanto cattivo, della storia della società. L’uomo non può esercitare che la giustizia umana. La giustizia divina resterà sempre un enigma per lui. Voler dispensare questa giustizia è, a nostro avviso, uno dei crimini più gravi che l’uomo possa commettere. Mi permetto di citare qualche esempio. Il furto e l’omicidio sono, almeno in principio, dei crimini; quindi, il ladro o l’assassino deve essere punito secondo la convenzione sociale del momento, ma è tutto. Una volta che il criminale abbia subito il suo castigo, siete liberi di evitarlo o di frequentarlo. Potete rifiutargli la mano di vostra figlia, ecc., ma, se dite che quest’uomo è malvagio, che merita il fuoco dell’inferno, ecc., allora siete peggiori di lui, poiché volete mettervi sul trono di Dio. Volete giudicare cose che nessuno vede.

Un altro esempio: condannate la prostituzione, e non avete certo torto. Tuttavia, potete condannare la prostituta solo quando vi è attentato al pudore sulla pubblica via. Il suo non è che un crimine di riflesso. Sul piano della società attuale, l’uomo è l’interiore, la causa, e la donna è l’esteriore, l’effetto. La donna vende il suo corpo perché l’uomo vende la sua anima. Potete arrestare l’una, ma l’altro, il vero colpevole, sfugge a ogni incriminazione, giacché è anonimo e legione. Meglio limitarsi a giudicare solo i fatti. Voler giudicare le coscienze è impossibile.

Un ultimo esempio: le assoluzioni scandalose dei crimini passionali. C’è chi ha voluto vedervi un segno d’amoralità. Non è affatto così. Non sono che altrettante dichiarazioni d’incompetenza da parte del tribunale. Il giudice scrupoloso evita di pronunciarsi su dei casi che Dio solo può conoscere.

La coscienza universale diviene sempre più fatalista. Da parecchio tempo si dice che «i popoli hanno i governanti che si meritano». Un buon governo non può regnare su un popolo di canaglie; se volesse conservare il potere, sarebbe obbligato a lasciarsi corrompere. Ogni giorno che passa, si comprende meglio la grande verità sulla logica degli avvenimenti: che l’uomo è sempre giudicato secondo le sue proprie leggi, ossia secondo le leggi che impone agli esseri che rientrano nell’ambito della sua influenza vitale. Esistono legami sottili tra il boia e la vittima, poiché l’uno e l’altro sono i due aspetti d’uno stesso fatto. Tutti comprendono che è colpa dei ricchi se vi sono dei poveri; che è colpa dei sapienti se vi sono ignoranti; che vi sono dei viziosi, perché i virtuosi lasciano troppo a desiderare. Numerosi santi dell’Islam si sono lamentati d’aver ricevuto il dono della seconda vista. Hanno visto troppe cose straordinarie nei minuti fatti della vita quotidiana. Ingenui sono coloro che ricercano le facoltà sovrumane al di fuori dell’ordine. Quando gli apprendisti stregoni incorrono solo nella rovina intellettuale o morale, è perché Dio è stato clemente con loro.

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La legge della povertà universale (El-faqru) è dunque un principio islamico. Ciascuno di noi è un povero (faqîr). Siamo tutti dei poveri (foqarâ), poiché tutti abbiamo bisogno del Creatore o della creazione, il più sovente di entrambi. Siccome bisogna dare per ricevere, ne consegue che la grande maledizione consiste nel non poter più fare del bene, nell’aver perso i propri diritti a esercitare la carità. Quando si dà, occorre dare con modestia maggiore di quella del mendicante che riceve l’elemosina dalle vostre mani.

È soprattutto per la sua concezione della realtà collettiva che l’Islam si particolarizza in modo definitivo fra tutte le religioni, civiltà o filosofie. Tutti gli illuminati sanno che la realtà collettiva è una finzione. Gli illuminati musulmani lo sanno quanto gli altri, se non meglio. Tuttavia, nell’intento di seguire il Profeta, non ci si ritira nel deserto, ma si finge di prendere il mondo sul serio. Un hadîth dice che bisogna lavorare per questo mondo come se pensassimo vivere mille anni, e che tuttavia bisogna lavorare per l’altro mondo come se credessimo morire domani. La dottrina dell’identità e dell’unità è più sviluppata nell’Islam che altrove. La sua preziosa qualità d’essere esoterico ed exoterico proviene soprattutto dalla sua concezione della realtà collettiva quale agente indispensabile alla trasformazione della realtà personale nell’Universalità umana o realtà profetica. Il Cristianesimo e il Buddismo respingono con orrore o disprezzo la realtà collettiva per fare l’Uomo universale in una piccola quiete. Sono diversi dall’Islam qualitativamente e psicologicamente. L’Islam si distingue quantitativamente dal Brahmanesimo esoterico, poiché è più esteso. Il Brahmanesimo è solo locale, perlomeno dal punto di vista pratico, mentre l’Islam è universale. Differisce dal positivismo anti-dottrinario dal punto di vista formalista e metafisico. Esso è in opposizione diretta alla filosofia tedesca, la quale, per aver confuso la feudalità con l’aristocrazia, ha completamente falsato l’idea di governo. Dappertutto, tranne che in Germania, la responsabilità è la misura della nobiltà: più si è nobili, più si è responsabili, e viceversa. La Shariyah giudica più severamente il crimine dell’uomo libero e del nobile che quello dello schiavo o dell’ignorante. Sfortunatamente, la feudalità cerca un po’ dappertutto d’assicurarsi l’impunità; ma almeno la si distingue dalla nobiltà, mentre in Germania la feudalità è la sola condizione d’aristocrazia. Il più forte non è tenuto a nulla nei confronti di chi la sorte avversa ha messo in una condizione d’inferiorità rispetto a lui.

D’altra parte, l’Islam presenta similitudini e punti di contatto con la maggioranza delle forme religiose o d’organizzazione sociale. Non è tuttavia né una religione mista, né una religione nuova. Il Profeta dice espressamente di non aver inventato nulla in fatto di dogmi o di leggi. Egli ha ripristinato la fede antica e primitiva. Per questo motivo vi sono tante somiglianze tra il Taoismo e l’Islam. Non sono io ad arrischiare tale affermazione, ma gli autori celebri dell’Islamismo in Cina. Il Taoismo differisce dall’Islam solo per il fatto d’essere esclusivamente esoterico, mentre l’Islam è esoterico ed exoterico. Per questo l’uno può fare propaganda per le sue dottrine, l’altro no. L’Islam conosce sia il neofitismo sia l’adeptato, mentre il Tao non può riconoscere che la seconda di queste due forme d’espansione.

* Abdul-Hâdî, L’Universalité en l’Islam, La Gnose, nº 4, aprile 1911. La traduzione, forse poco scorrevole, è volutamente letterale per cercare di riprodurre lo stile dell’autore [N.d.T.].

1. L’autore si riferisce al suo articolo Pages dédiées au soleil, Sahâïf Shamsiyah, La Gnose, nº 2, febbraio 1911, che prevediamo di pubblicare in uno dei prossimi numeri della rivista [N.d.T.].

2. Vedere Yi-King, interpretato da Philastre: vol. I, p. 138; il 6° Kua; Song, § 150.

«La parola destino designa la vera ragion d’essere delle cose; mancare all’esatta ragion d’essere delle cose costituisce quel che si dice “contrariare il destino”; anche la sottomissione al destino è considerata come un ritorno. Contrariare, è non conformarsi con sottomissione» (Commentario tradizionale di Tsheng).

«Il destino, o mandato celeste, è la vera e retta ragion d’essere d’ogni cosa» (Commentario intitolato: Senso primitivo).

Aggiungo che in cinese i Musulmani sono chiamati “Hweï-hweï”, coloro che ritornano, obbedienti, al loro destino. La tradizione islamica dice che Allah richiama a Lui tutte le cose, affinché esse volenti o nolenti vengano. Nulla può sfuggire a quest’appello. È per questa ragione che tutto, in un senso generale, è musulmano. Gli esseri umani che vengono a Lui di buon grado, si chiamano musulmani in un senso più stretto. Gli uomini che non vengono a Lui, ossia coloro che non seguono il loro destino se non per forza, loro malgrado, sono gli infedeli.

3. Vedere La Gnose, 2ª annata, nº 2, pag. 65.

4. Secondo un hadîth, la vita è organizzata secondo la legge del taglione.

5. La Gnose, nº 2, febbraio 1911, p. 64, e nº 3, p. 111 (errata del nº 2). – L’autore si riferisce al suo articolo Pages dédiées au soleil, Sahâïf Shamsiyah [N.d.T.].

6. Alif, Lam, Ha [N.d.T.].

7. 36 e 66 sono i rispettivi valori numerici [N.d.T.].

8. Non parlo della tesi ibseniana: vivere la propria vita. Coloro che non osano, che mercanteggiano il loro piacere, sono troppo impreparati per rivolgere loro una parola esoterica. Ibsen, Tolstoj, Nietzsche, ecc., sono rispettabilissime persone, non dico il contrario, ma non hanno alcun valore tradizionale. Moralisti con influenza locale, non ci possono interessare che come piccoli profeti di provincia.

9. Passo gergale “il a déjà son ciel à lui”, che rendiamo in modo letterale.

10. La tradizione musulmana dice che gli animali selvatici cominciarono a fuggire l’uomo solo dopo il fratricidio di Caino. Prima di questo avvenimento, cercavano la sua prossimità per rassicurarsi e proteggersi nella grande pace che emanava da lui.

11. Ogni crimine impersonale o anonimo è, a priori, un crimine collettivo.


Abdul-Hâdî