Apologhi sull’intelligenza*

Download_pdf

II. Lie-Tzeu

Cap. 7. Yang-tchou

M. Yang-tchou dice: «L’uomo partecipa del cielo e della terra. Vi è in lui qualcosa dei cinque elementi. È il più trascendente di tutti gli esseri dotati di vita. Non ha né artigli né denti per difendersi, né pelle imperforabile dai dardi, né piedi agili per fuggire, né pelo né penne che lo proteggano dalle intemperie. Trae il suo sostentamento dagli altri esseri, che domina tutti, non con la sua forza, ma con la sua intelligenza. È la sua intelligenza, che fa la nobiltà dell’uomo, e la sua superiorità su esseri che gli sono inferiori, quantunque molto più forti di lui. A dire il vero, il suo corpo non gli appartiene (non ne ha dominio assoluto); il fatto che non può preservare la sua integrità, lo prova. Gli esseri non gli appartengono (nello stesso senso); il fatto che non può preservarsi da quelli che gli sono nocivi, lo prova. L’uomo dipende dal suo corpo per la vita, e dagli esseri per il mantenimento della vita. Impossibile, per l’uomo, darsi la vita; e per gli esseri, di darsi l’essere. Colui che asservisce gli uomini e gli esseri alla sua dominazione o al proprio godimento personale, costui non è un Saggio. Colui che fraternizza con gli uomini e con gli esseri, cercando e lasciando ciascuno cercare il suo bene naturale, costui è un uomo superiore, il più elevato di tutti gli uomini».

 

Cap. 8. Aneddoti

C. Invano si parlerebbe del Principio, agli arroganti e ai violenti; essi non hanno quant’occorre per capire; i loro difetti gli impediscono di poter ricevere un insegnamento ed essere aiutati. Per poter ricevere un insegnamento, occorre credere di non saper tutto. È questa la condizione sine qua non. L’età non è un ostacolo, l’intelligenza non è sempre un mezzo, la sottomissione di spi­rito è l’essenziale.

Un artista di Song impiegò tre anni per intagliare nella giada, per il suo principe, una foglia di gelso, al naturale. Venutolo a sapere, Lie-tzeu esclamò: «Se la natura impiegasse lo stesso tempo, vi sarebbero ben poche foglie sugli alberi». Similmente, per la trasmissione della dottrina, il Saggio si affida al potere inerente alla verità, non all’arte fittizia.

 

III. Tchoang-Tzeu

 

Cap. 13. Influsso del cielo

A. L’influsso del cielo esercitandosi liberalmente, produce tutti gli esseri. L’influsso imperiale distendendosi imparzialmente, attira a sé tutti i sudditi. L’influsso del Saggio propagandosi uni­formemente, tutti si sottomettono a lui. Coloro che hanno l’intelligenza del modo di quest’in­flusso del cielo, del Saggio, del capo di stato ideale, si concentrano nella pace meditativa, che è la sorgente dell’azione naturale.

Questa pace non è un obiettivo, che il Saggio raggiunge con sforzi diretti. Essa consiste nel fatto negativo che alcun essere commuove più il suo cuore, e s’acquisisce con l’astrazione. Essa è il principio della vista chiara del Saggio. Come un’acqua perfettamente tranquilla, è limpida al punto di riflettere finanche i peli della barba e delle sopracciglia di colui che vi si specchia. Niente tende più dell’acqua all’equilibrio, al riposo; tanto che da essa si è ricavata la livella perfetta (livella ad acqua). Ora, così come il riposo chiarifica l’acqua, così esso rischiara gli spiriti vitali, tra i quali l’intelligenza.

Il cuore del Saggio, perfettamente calmo, è come uno specchio, che riflette il cielo e la terra, tutti gli esseri. Vuoto, pace, contentezza, tranquillità, silenzio, visione globale, non-intervento; quest’insieme è la formula dell’influsso del cielo e della terra, del Principio. Gli imperatori e i Saggi dell’antichità conobbero questa formula. Vuoti (d’ogni passione), essi hanno colto nella loro verità le leggi generali. Pacifici (senz’alcuna emozione), hanno agito efficacemente. Non intervenendo da se stessi, lasciando la cura dei dettagli ai loro ufficiali, essi sono stati immuni da piacere e da dolore, e di conseguenza hanno vissuto a lungo.

Non è forse evidente che il vuoto, la pace, la contentezza, la tranquillità, il silenzio, la visione globale, il non-intervento, sono la radice d’ogni bene? Chi abbia compreso ciò, varrà come impe­ratore uno Yao, e come ministro uno Chounn. Potrà regnare, come re, sul destino degli uomini; o, come Saggio, sui loro spiriti. Che viva ritirato, da anacoreta, sulla riva dei corsi d’acqua, sulle montagne, nei boschi; o che si manifesti, come educatore del mondo; in entrambi i casi sarà riconosciuto e attirerà a sé.

Invero, dalla pace emanano le speculazioni dei grandi Saggi, e le azioni dei grandi re; il non-intervento rende celebri; l’astrazione eleva al disopra di tutto. Comprendere bene la natura dell’influsso del cielo e della terra, che è un non-intervento benevolo e tollerante, ecco la grande radice, l’intesa con il cielo. Praticare un non-intervento analogo nel governo dell’impero, ecco il principio dell’intesa con gli uomini. Ora, l’accordo con gli uomini, è la gioia umana, la felicità sulla terra; l’accordo con il cielo, è la gioia celeste, la felicità suprema.

 

Cap. 22. Conoscenza del Principio

E. Confucio disse a Lao-tan: «Siccome oggi ho un po’ di tempo libero, mi piacerebbe sentirvi parlare sull’essenza del Principio».

Lao-tan disse: «Avreste dovuto dapprima rischiarare il vostro cuore con l’astinenza, purificare il vostro spirito vitale, e disfarvi delle vostre idee preconcette. Giacché il soggetto è astruso, diffi­cile da enunciare e da intendere. Cercherò tuttavia di dirvene qualcosa …

«Il luminoso nacque dall’oscuro, le forme nacquero dall’amorfo. Lo spirito vitale (universale, di cui gli spiriti vitali particolari sono delle partecipazioni), nacque dal Principio; la materia prima nacque dallo sperma (universale, di cui lo sperma particolare è una partecipazione). Poi gli esseri si generarono mutuamente, per comunicazione della loro materia, sia per via di gestazione ute­rina, sia per produzione di uova. La loro entrata sulla scena della vita non è notata, la loro uscita non fa alcun clamore. Non v’è porta visibile, non luoghi determinati. Essi arrivano da ogni parte, e riempiono l’immensità del mondo, esseri contingenti ed effimeri …

«Coloro che, sapendo ciò, non si preoccupano di nulla, costoro stanno bene, hanno lo spirito libero, conservano i loro organi dei sensi in perfetto stato[1]. Senz’affaticare la loro intelligenza, sono capaci d’ogni impresa. Giacché agiscono (o piuttosto non agiscono, lasciano fare) sponta­neamente, naturalmente, come il cielo è elevato per natura, come la terra è estesa per natura, come il sole e la luna sono luminosi per natura, come gli esseri pullulano naturalmente …

«Lo studio, la discussione, non insegnano di più sul Principio, così i Saggi s’astengono dallo studiare e dal discutere. Sapendo che il Principio è un’infinità che niente può aumentare o dimi­nuire, i Saggi s’accontentano d’abbracciarlo nel suo insieme …

«Invero, è immenso come l’oceano. Quale maestà in questa incessante rivoluzione, nella quale il ricominciamento segue immediatamente la cessazione …

«Seguire il flusso degli esseri facendo del bene a tutti, ecco la via dei Saggi ordinari (confu­ciani). Ma essersi posti fuori da tale flusso, e far del bene a coloro che esso coinvolge, ecco la via del Saggio superiore (taoista, che agisce sull’esempio del Principio)».

«Consideriamo un essere umano, allo stato d’embrione appena concepito, il cui sesso non sia nemmeno ancora determinato. Esso è diventato, tra il cielo e la terra. Appena diventato, è possibi­le che ritorni alla sua origine (nato-morto). Considerato in questo cominciamento, che è se non una mescolanza di respiro e di sperma? E se sopravvive, non sarà che per pochi anni. È così piccola la differenza tra quella che si chiama una vita lunga e una vita breve! In fin dei conti, è un momento, nel corso indefinito del tempo. Molti non hanno nemmeno il tempo di mostrare se abbiano l’animo di uno Yao (virtuoso imperatore) o di un Kie (vizioso tiranno)».

«L’evoluzione di ogni individuo del regno vegetale, segue una determinata legge. Allo stesso modo, la legge che governa l’evoluzione umana, è come un ingranaggio. Il Saggio segue il movi­mento, senza recalcitrare, senza impigliarsi. Prevedere e calcolare, è artificio; lasciarsi andare, è seguire il Principio. È lasciando fare, che gli imperatori e i re dell’alta antichità, si sono elevati e resi celebri».

«Il passaggio dell’uomo, tra il cielo e la terra, dalla vita alla morte, è come il balzo di un bianco destriero, che supera un burrone [saltando] da un bordo all’altro; affare di un istante. Come per l’effetto di un ribollimento, gli esseri entrano nella vita; come per l’effetto di un efflusso, rientrano nella morte. Una trasformazione li ha fatti vivi, una trasformazione li fa morti. Tutti i viventi trovano la morte sgradevole, gli uomini la piangono. Eppure, che altro essa è, se non l’al­lentamento dell’arco, e la sua riposizione nel fodero; se non lo svuotamento del sacco corporeo, e la rimessa in libertà delle due anime che esso imprigionava? Dopo le difficoltà e le vicissitudini della vita, le due anime se ne vanno, il corpo le segue nel riposo. Questo è il gran ritorno (anime e corpo che ritornano nel tutto)».

«Che l’incorporeo abbia prodotto il corporeo, che il corpo ritorni all’incorporeità, questa nozione della girazione perpetua è conosciuta da molti uomini, ma l’élite soltanto ne trae le con­seguenze pratiche. Il volgo disserta volentieri su questo soggetto, mentre l’uomo superiore man­tiene un profondo silenzio. Se cercasse di parlarne, verrebbe meno alla sua scienza, in virtù della quale sa che parlarne è impossibile, e che non si può che meditarlo. Aver compreso che non si guadagna nulla a interrogare sul Principio, ma che occorre contemplarlo in silenzio, ecco quel che si dice aver ottenuto il gran risultato (aver raggiunto lo scopo)».

F. Tong-kouo-tzeu domandò a Tchoang-tzeu: «Dov’è quel che si chiama il Principio?».

«Dappertutto», disse Tchoang-tzeu.

«Per esempio?», domandò Tong-kouo-tzeu.

«Per esempio in quella formica», disse Tchoang-tzeu.

«E più in basso?», domandò Tong-kouo-tzeu.

«Per esempio in quel filo d’erba».

«E più in basso?».

«In quel frammento di tegola».

«E più in basso?».

«In quel letame, in quel colaticcio di letame», disse Tchoang-tzeu.

Tong-kouo-tzeu smise di far domande.

A quel punto, prendendo la parola Tchoang-tzeu gli disse: «Maestro, interrogare come avete appena fatto, non vi condurrà a niente. Questo procedimento è troppo imperfetto. Assomiglia a quello di quegli esperti di mercato, che stimano sommariamente l’ingrassamento di un maiale, premendovi sopra il loro piede (il piede lascia un’impronta più o meno profonda, a seconda che il porco sia più o meno grasso).

«Non chiedete se il Principio è in questo o in quello. Esso è in tutti gli esseri. Per questo gli si danno gli epiteti di grande, di supremo, d’intero, d’universale, di totale. Tutti questi diversi termini si riferiscono a una sola e stessa realtà, all’unità cosmica».

«Trasportiamoci in ispirito, al di fuori di quest’universo delle dimensioni e delle localizzazio­ni, e non sarà più necessario voler situare il Principio. Trasportiamoci al di fuori del mondo dell’attività, nel regno dell’inazione, dell’indifferenza, del riposo, del vago, della semplicità, dello svago, dell’armonia, e non sarà più necessario voler qualificare il Principio. Esso è l’infinito indeterminato. È fatica sprecata quella di volerlo raggiungere, di volerlo situare, di volerne studia­re i movimenti. Alcuna scienza è in grado di farlo. Colui (il Principio) che ha fatto sì che gli esseri fossero degli esseri, non è quanto a Lui soggetto alle stesse leggi degli esseri. Colui (il Principio) che ha fatto sì che tutti gli esseri fossero limitati, è quanto a Lui illimitato, infinito. È perciò ozioso domandarsi dove si trovi».

«Per quanto riguarda l’evoluzione e le sue fasi, pienezza e vacuità, prosperità e decadenza, il Principio produce tale successione, ma non è questa successione. È l’autore delle cause e degli effetti (la causa prima), ma non è le cause e gli effetti. È l’autore delle condensazioni e delle dissipazioni (nascite e morti), ma non è in se stesso condensazione o dissipazione. Tutto procede da Lui, e si sviluppa a causa e sotto il suo influsso. È in tutti gli esseri, per una terminazione di norma; ma non è identico agli esseri, non essendo né differenziato né limitato».

H. La Purezza domandò all’Infinito: «Conoscete il Principio?».

«Non lo conosco», disse l’Infinito.

Allora la Purezza domandò all’Inazione: «Conoscete il Principio?».

«Lo conosco», disse l’Inazione.

«Per riflessione o per intuizione?», domandò la Purezza.

«Per riflessione», disse l’Inazione.

«Spiegatevi», fece la Purezza.

«Ecco», disse l’Inazione, «del Principio, penso sia la confluenza dei contrasti, nobiltà e volga­rità, raccolta e dispersione; lo conosco perciò per riflessione».

Purezza volle consultare lo Stato primordiale. «Chi», domandò, «ha ben risposto? Chi ha ra­gione, e chi ha torto?».

Lo Stato primordiale disse: «L’Infinito ha detto: “Non conosco il Principio”; questa risposta è profonda. L’Inazione ha detto: “Conosco il Principio”; questa risposta è superficiale. L’Infinito ha avuto ragione nel dire che non sapeva nulla dell’essenza del Principio. L’Inazione ha potuto dire che lo conosceva, quanto alle sue manifestazioni esteriori».

Colpita da questa risposta, Purezza disse: «Ah! Allora, non conoscerlo è conoscerlo (la sua essenza); conoscerlo (le sue manifestazioni) è non conoscerlo (qual è in realtà). Ma come com­prendere ciò, che è non conoscendolo che lo si conosce?».

«Ecco come», disse lo Stato Primordiale. «Il Principio non può essere sentito; ciò che si sente, non è Lui. Il Principio non può esser visto; ciò che si vede, non è Lui. Il Principio non può essere enunciato; ciò che si enuncia, non è Lui. Si può concepire altrimenti che con la ragione (non con l’immaginazione), l’essere non-sensibile che ha prodotto tutti gli esseri sensibili? No, senza dub­bio! Di conseguenza il Principio, che è quell’essere non-sensibile, non potendo essere immagi­nato, non può neppure essere descritto. Tenete ben presente questo: colui che pone delle domande sul Principio, e colui che vi risponde, mostrano entrambi che ignorano ché sia il Principio. Del Principio, non si può domandare né rispondere che sia. Domande inutili, risposte insulse, che pre­suppongono, in coloro che le fanno, l’ignoranza di che sia l’universo e di quale fu la grande origine. Costoro non s’innalzeranno sopra delle altitudini terrestri (il monte K’ounn-lunn). Non raggiungeranno il vuoto assoluto dell’astrazione perfetta».

M. Quando mi rallegro, alla vista delle montagne boscose, degli altopiani elevati, improvvi­samente la tristezza viene a turbare la mia gioia. La tristezza e la gioia vanno e vengono nel mio cuore, senza che possa governarli. Non posso, né trattenere l’una, né preservarmi dall’altra. Ahimè! Bisogna che il cuore dell’uomo sia così come una locanda aperta a chiunque viene. Si possono prevedere certi incontri, ma altri sono imprevedibili. Si possono impedire certe cose, ma altre non possono essere impedite. L’imprevisto, la fatalità, non v’è rimedio contro questi due mali. Chiunque volesse lottare contro di loro, si renderebbe ancora più infelice, l’insuccesso essendo certo nella lotta per l’impossibile. Non resta perciò che sottomettersi al destino, che procede dal Principio. Tacere è l’uso migliore che si possa fare della facoltà della parola. Non far nulla è il miglior uso che si possa fare della facoltà d’azione. Non apprendere nulla è il miglior uso che si possa fare della propria intelligenza, voler molto apprendere, voler tutto sapere, è il peggiore degli errori.

 

* Estratti da Léon Wieger, Les pères du système taoïste, Cathasia, Parigi, 1950, I. Lao-Tzeu. II. Lie-Tzeu. III. Tchoang-Tzeu. Nella traduzione rispettiamo la terminologia di P. Wieger, anche se talvolta impropria; pure nella trascrizione dei nomi propri seguiamo la lettura francese dell’originale. La divisione in paragrafi è invece nostra, presentandosi il testo cinese consecutivo.

[1] La cecità, la sordità, sono, per i taoisti, dei logorii prematuri, per un uso smoderato della forza vitale.

Annunci