Apologhi relativi alla volontà di governare in presenza di Dio *

Ibn ‘Ata ‘Allâh al-Iskandarî
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È attraverso l’esempio che si capisce al meglio una situazione: ecco quindi alcune parabole che illustreranno i tentativi del servo d’opporre la sua volontà a quella di Dio, e alcuni altri riguardanti il sostentamento e le garanzie che Dio ha dato a proposito.

Chi aspira a una volontà propria, al di fuori di quella di Dio, è come un uomo che costruisse la sua dimora sulla riva del mare: ogni volta ch’egli raddoppia gli sforzi, le onde si moltiplicano minacciando di mandare in rovina la sua costruzione. Colui che pretende di governare con Dio, formulando ipotetici progetti futuri, li vede allo stesso modo distrutti dagli eventi che si presentano secondo le sentenze del destino. Da qui il detto ironico: “L’uomo fa dei piani di cui il destino si diverte”. All’inizio della nostra opera, citiamo questi versi:

Come potrebbe un giorno l’edificio raggiungere il suo colmo,
Se tu costruisci quel che un Altro distrugge?
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Chi aspira a una volontà propria, al di fuori di quella di Dio, è paragonabile a un uomo che volesse edificare la sua casa su una montagnetta di sabbia: quando i venti si alzano in tempesta e portano via la sabbia, distruggono tutto quel che ha costruito. Come ha scritto il poeta:

Sotto la sabbia,
I loro impegni sono stati sepolti:
Così è di tutto ciò che è costruito
Sulla sabbia …
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Chi aspira a una volontà propria, al di fuori di quella di Dio, è come un bambino che viaggia di notte con suo padre. Pieno di compassione per suo figlio, l’uomo l’osserva a sua insaputa. Il bambino, non distinguendo il padre nella penombra, è molto preoccupato per se stesso. Ma ecco che sorge la luna ed egli scorge suo padre al fianco: subito, le sue inquietudini svaniscono poiché sa bene che la sollecitudine paterna lo dispensa dall’occuparsi di se stesso.
Così è di colui che aspira a una volontà propria, altra da quella di Dio: poiché è immerso nella “notte” della separazione e non contempla la Prossimità divina, vuole farsi carico di se stesso. Ma dal momento in cui sorgono la “luna” dell’Unicità e il “sole” della conoscenza, scopre a qual punto Dio è Vicino a lui. Avendo vergogna di volersi governare in questa Presenza, lascia da quel momento a Dio la cura di dirigerlo, senza più aspirare di farlo lui stesso.

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Chi aspira a una volontà propria, al di fuori di quella di Dio, è come l’ombra proiettata dagli oggetti quando il sole è ancora basso nel cielo. Quando questo raggiunge lo zenit, di quest’ombra rimane solo una traccia appena visibile, ma che tuttavia non scompare mai completamente. Allo stesso modo, quando il “sole” della conoscenza sorge nei cuori vi cancella ogni volontà propria – a eccezione di un’infima traccia, che rimane a giustificare le prescrizioni legali cui sono soggetti i servi.

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Il servo è nei confronti di Dio come un bambino con sua madre. È concepibile che questa l’abbandoni senza alcuna cura, o smetta di occuparsene? Allo stesso modo, Dio prende il credente sotto la Sua tutela, accordandogli i Suoi favori e risparmiandogli le prove. Abbiamo già riportato come l’Inviato di Dio – su di lui la grazia e la pace – vedendo una madre che portava suo figlio, chiese ai suoi Compagni: “Credete possibile che questa donna getti suo figlio nel fuoco? – Ovviamente no, oh Inviato di Dio, risposero. – Beh, riprese, Dio Si mostra ben più Misericordioso verso il Suo servo credente di questa donna verso suo figlio!”.

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Il servo è nei confronti di Dio come un uomo invitato presso un re generoso. Non sarebbe conveniente che questo ospite si preoccupasse delle bevande e del cibo: ciò costituirebbe un modo indiretto di mettere in dubbio l’[ospitalità del] re, e di testimoniare una cattiva opinione verso di lui. Abû Madyan diceva una cosa simile nelle sue parole che citavamo prima: “Questo basso mondo è la dimora di Dio, e noi siamo Suoi ospiti …”. Mai Dio ci avrebbe ordinato – per bocca dei Suoi inviati, su di loro la grazia e la pace – di essere Suoi ospiti senza adempiere i doveri conseguenti a questo invito. Chi si preoccupa delle bevande e del cibo è un uomo esecrabile rispetto al Re: se non concepisse dubbi riguardo a Dio, non s’inquieterebbe per il suo sostentamento.

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Il servo è nei confronti di Dio come un albero che un uomo avrebbe piantato perché cresca e produca i suoi frutti. Ora, sappiamo – e anche questo albero sa, per poco che sia dotato di scienza – che chi l’ha piantato non saprebbe privarlo d’acqua, poiché vuole che cresca e produca. Oh servo di Dio, tu sei questo albero, e Dio che ti ha piantato t’innaffia in ogni istante, facendoSi carico del tuo sostentamento. Non accusarLo mai d’aver piantato l’“albero” della tua esistenza, poi dopo averlo fatto di lesinare l’acqua necessaria alla tua innaffiatura! Giacché Dio non è negligente (lett.: non dimentica nulla).

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Per raffigurare un servo che si preoccupa solo del suo divenire in questo basso mondo invece di fare provviste per l’Aldilà, si potrebbe immaginare un uomo attaccato da un leone feroce che manca [il balzo] per divorarlo; poi una mosca si posa su di lui, ed eccolo dimenticare la minaccia della fiera per allontanare la mosca. Un simile atteggiamento non può essere che quello di un idiota! Fosse stato dotato d’intelligenza si sarebbe preoccupato unicamente dell’attacco del leone senza curarsi della mosca. E tuttavia, questo è proprio l’atteggiamento del servo che si preoccupa solo di questo basso mondo senza curarsi dell’altro. Anche solo un po’ di lucidità lo farebbe preoccupare soltanto dell’ultima Dimora, dove sarà chiamato a rendere conto e dove sarà trattenuto [per sempre], piuttosto che del suo sostentamento [in questo basso mondo]. Preoccuparsi di questo al punto di dimenticare [le minacce dell] l’Aldilà è stupido come preoccuparsi di una mosca di fronte all’attacco di un leone.

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Il servo che percepisce Dio attraverso le cause è come un uomo che, quando la pioggia scende, va a sedersi sotto una grondaia [per riempire un contenitore d’acqua]. Non attribuirà quell’acqua piovana al fatto di essersi seduto sotto la grondaia, ma ne ringrazierà Dio, e Lui Solo: sa infatti che se non vi fosse stata acqua nella condotta, non ne avrebbe affatto trovata. Ora, le cause seconde sono i “canali” attraverso cui scorrono i doni divini. Chi sa attuare queste cause concentrando tutta la sua volontà su Dio e non su di loro, non ne sarà mai condizionato, né reciso [da Dio].

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Il servo che si ferma alle cause secondarie trascurando Colui che le attua è paragonabile a una bestia da soma: quando il suo padrone le passa davanti, non gli presta alcuna attenzione, sebbene ne sia il proprietario, e anche il datore del ragazzo di campagna che la cura. Per contro, se quest’ultimo si avvicina eccola annusare nella sua direzione, gli occhi vividi, poiché è abituata a ricevere il suo nutrimento dalla sua mano. Così va per il servo: abituato a ricevere dei benefici dalle creature e costatandolo, non è più in grado di liberarsi di loro. È allora che si comporta come un animale domestico, e ancora: quest’ultimo è in una situazione migliore della sua! Sono come bestie da soma, perfino più smarrite ancora; tali sono gli incuranti (Corano 7, 179).

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Il servo che percepisce Dio attraverso le cause seconde, e colui che si ferma a queste, sono come due uomini che entrano nel bagno (hammaâm): il primo è d’intelligenza normale, l’altro piuttosto semplice. Se l’acqua del bagno smette di scorrere, l’uomo di buon senso si rivolge all’addetto incaricato d’alimentare le condotte dietro il muro, per farsi ridare l’acqua quando è stata interrotta. Ma l’idiota si volgerà probabilmente alla condotta, supplicandola con queste parole: “Oh tubo! Versaci ancora della tua acqua Perché privarcene così?”. Subito la gente lo deriderà dicendogli: “Che stolto sei! Una condotta dell’acqua può forse ascoltarti o produrre qualcosa? Essa è soltanto un tubo nel quale scorre solo ciò che vi è stato messo!”.

* Apologhi estratti dal trattato di Ibn ‘Ata ‘Allâh al-Iskandarî, De l’abandon de la volonté propre. A cura di Abdallah Penot, Alif Éditions, Lyon, 1997.

Ibn ‘Ata ‘Allâh al-Iskandarî

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