Istruzioni spirituali *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Meister Eckhart

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Questi sono i discorsi che il vicario di Turingia, priore di Erfurt, fratello Eckhart, dell’ordine dei Predicatori, rivolse ai suoi novizi che gli ponevano numerose questioni durante le loro discussioni serali.

7. Come si debbano compiere nel modo più ragionevole le opere

Così è per molti, e facilmente lo si ottiene se lo si vuole: le cose con cui abbiamo a che fare non ci ostacolano e non imprimono in noi immagini durature, giacché, quando il cuore è colmo di Dio, non possono trovarvi posto le creature. Ma questo non deve bastarci: noi dobbiamo utilizzare al massimo tutte le cose, non importa quali, e dobbiamo farlo dovunque siamo, e per quanto estraneo o inadeguato possa essere ciò che vediamo o sentiamo. Solo allora, e non prima, ci comportiamo come si deve. E mai, in ciò, l’uomo deve giungere a una fine, anzi, egli può così crescere senza interruzione, e ottenere sempre di più in una vera crescita.

In tutte le cose e in tutte le opere si deve attentamente fare uso della ragione, prendere coscienza di noi stessi e del nostro essere interiore, in tutte le cose si deve cogliere Dio nel modo più alto possibile. L’uomo infatti deve essere come dice Nostro Signore: «Siate come quelli che vegliano sempre e attendono il loro padrone» [1]. In verità, chi è in attesa sta vigile e guarda intorno a sé da dove può arrivare colui che aspetta, e in tutto ciò che accade, per quanto estraneo possa sembrargli, cerca di vedere se questi c’è. Nello stesso modo noi dobbiamo consapevolmente cercare in tutte le cose Nostro Signore. Occorre porvi impegno e adoperare tutti i nostri sensi e le nostre facoltà: solo così ci si comporta in modo giusto, e si trova e si coglie Dio ugualmente in tutte le cose.

Certo, un’opera non è identica a un’altra, ma, per chi compie le proprie opere con egual spirito, in verità tutte le opere sono eguali, e per chi agisce con giustizia e veramente possiede Dio, in verità Dio risplende nelle cose profane tanto chiaramente quanto in quelle divine. Non certo che l’uomo debba compiere qualcosa di profano o sconveniente, piuttosto egli deve volgere verso Dio quanto gli accade di vedere o intendere tra le cose esteriori. Colui per il quale Dio è così presente in tutte le cose, e che domina e usa in modo perfetto la propria ragione, questi è il solo a conoscere la vera pace e a possedere veramente il regno dei cieli.

Per chi si comporta giustamente vi sono due possibilità: o imparare a cogliere e a possedere Dio in ogni opera, o rinunciare a tutte le opere. Ma l’uomo, poiché in questa vita non può stare senza attività, peculiari del suo essere e di vario genere, deve apprendere a possedere Dio in tutte le cose e a permanere, senza ostacoli, in ogni opera e in ogni luogo. Perciò il principiante, quando deve agire tra gli uomini, deve prima impadronirsi fortemente di Dio e fissarlo con fermezza nel proprio cuore – unirsi a lui con ogni pensiero, intenzione, volontà e forza –, in modo che dentro di sé non possa formarsi nessun’altra immagine.

9. Come l’inclinazione al peccato sia sempre utile all’uomo

Devi sapere che l’inclinazione al peccato è sempre di grande profitto e utilità per l’uomo retto. Ascolta bene: ecco due uomini. Il primo non è mai sopraffatto da alcuna debolezza, o lo è assai poco; il secondo, al contrario, è per natura soggetto a forti tentazioni. Dalla presenza delle cose esteriori, l’uomo esteriore in lui è portato alla collera, alla vanità, forse alla sensualità, secondo gli incontri che fa, ma nelle sue potenze superiori egli permane costantemente fermo, impassibile; non vuole errare, né cedere alla collera o ad altro peccato; così egli lotta senza tregua contro la sua debolezza, forse per lui naturale – molti uomini sono infatti portati per natura alla collera, all’orgoglio o ad altri difetti –, e non vuole commettere il peccato. Questo secondo uomo deve essere molto più lodato, la sua ricompensa è assai più grande, e la sua virtù più nobile di quella del primo. Infatti la perfezione della virtù si manifesta nell’agone, come dice san Paolo: «La virtù si compie nella debolezza» [2].

L’inclinazione al peccato non è peccato; il peccato è voler peccare, voler montare in collera è il peccato. In verità, l’uomo giusto, se potesse realizzare il suo desiderio, non dovrebbe desiderare d’esser liberato da questa inclinazione, giacché senza di essa l’uomo sarebbe incerto in tutte le cose e in tutte le opere, non starebbe più in guardia di fronte alle cose e sarebbe privato dell’onore del combattimento, della vittoria e della ricompensa. Infatti l’inclinazione e la tendenza al peccato portano la virtù e la ricompensa dello sforzo. Da questa inclinazione deriva all’uomo uno zelo sempre maggiore nel rafforzare l’esercizio della virtù, essa lo incita potentemente alla virtù, è una pungente sferza che mette l’uomo in guardia e lo spinge a essere virtuoso. Infatti, più l’uomo si sente debole, più deve armarsi di forza e di vittoria, giacché la virtù, come il peccato, sta nella volontà.

10. Come la volontà possa tutto e come tutte le virtù risiedano nella volontà, purché giusta

L’uomo non deve spaventarsi di nulla, finché la sua volontà è buona, né deve affliggersi se non Può metterla in pratica attraverso le opere; né deve considerarsi lontano dalla virtù, se ha in sé una vera buona volontà, giacché la virtù e ogni bene risiedono nella buona volontà. Se tu possiedi una volontà giusta, nulla ti mancherà: né amore, né umiltà, né virtù alcuna. Ciò che tu vuoi con tutta la tua volontà, tu lo possiedi, e non te lo può togliere né Dio né alcuna creatura, purché la tua volontà sia integra e veramente divina, e applicata al presente. Non devi dire, perciò: «Vorrei …», giacché questo rimanda al futuro, ma invece: «Voglio che ora sia così». Ora, poni mente a ciò: se anche una cosa è lontana da me mille leghe, quando la voglio davvero la possiedo più realmente di ciò che sta sulle mie ginocchia e che io non voglio.

Il bene non porta meno fortemente al bene di quanto il male non conduca al male. Guarda: anche se non compio nessuna cattiva azione, se ho la volontà di fare il male, ne porto il peccato come se avessi compiuto quell’azione. In questa piena volontà io potrei commettere un peccato così grave come se avessi ucciso tutti gli uomini, pur non avendo fatto assolutamente nulla. E dunque, perché non dovrebbe essere lo stesso per la volontà buona? Ma è lo stesso, e incomparabilmente ancora di più.

In verità, con la volontà io posso tutto. Posso sostenere la pena di tutti gli uomini, nutrire tutti i poveri, compiere le opere di ogni uomo, e qualsiasi cosa tu possa immaginare. Se non è la volontà che ti manca, ma solo la possibilità di agire, in verità tu hai compiuto, davanti a Dio, tutto questo, e nessuno te lo può togliere o contestare un solo istante, giacché voler fare, se se ne avesse la possibilità, e aver fatto, sono davanti a Dio la stessa cosa. Ugualmente, se io volessi avere tanta volontà quanta ne ha il mondo intero, e se tale desiderio fosse grande e totale, davvero io avrei questa volontà, perché io ho ciò che voglio avere. Ugualmente, se volessi avere tanto amore quanto ne hanno tutti gli uomini insieme, e tanto lodare Dio, o qualsiasi cosa tu possa immaginare, davvero tu l’avresti, se la tua volontà fosse perfetta.

Ora potresti chiedere quando la volontà sia retta.

La volontà è piena e retta quando è totalmente spoglia di se stessa, disappropriata, e formata sulla volontà di Dio. Sì, più è così, più è retta e vera. In questa volontà tu puoi tutto, si tratti di amore o di qualsiasi altra cosa tu voglia.

Tu domandi: Come posso avere l’amore se non lo sperimento in me, non ne sento la presenza, mentre lo colgo invece in tanti uomini che danno prova di grandi opere, e nei quali vedo una grande devozione e cose straordinarie, che mi sono estranee?

Qui devi considerare che nell’amore vi sono due cose: una è l’essenza dell’amore, l’altra è la sua operazione, la manifestazione dell’amore. La sede dell’essenza dell’amore è unicamente nella volontà, per cui chi ha più volontà ha più amore. Ma chi ne abbia di più, questo nessuno lo sa dell’altro; ciò è nascosto nell’anima, giacché Dio è nascosto nel fondo dell’anima. Questo amore risiede totalmente nella volontà, e chi ha più volontà ha più amore.

Ma vi è anche un’altra cosa: la manifestazione, l’operazione dell’amore. Essa si dà a vedere come interiorità, devozione, giubilo, ma non sempre è la cosa migliore, giacché talvolta un simile sentimento di piacere e una simile dolcezza sono il prodotto della natura e non dell’amore: può essere un effetto celeste, o anche un effetto dei sensi, e non sempre coloro che più lo provano sono i migliori. Anche ammettendo che ciò venga realmente da Dio, egli lo concede a tali persone per attrarle, stimolarle o condurle a un maggior distacco dagli altri uomini. Accade però spesso che tali persone, quando in loro si accresce l’amore, non provino più così tante emozioni; che esse abbiano amore appare allora davvero chiaro se, anche senza tale sostegno, mantengono un’identica costante fedeltà nei confronti di Dio.

Pur se tutto questo fosse amore pieno e totale, non sarebbe ancora la cosa migliore; ed ecco perché: si deve talvolta, per amore, abbandonare tale giubilo per qualcosa di migliore, o, talvolta, per compiere una necessaria opera di amore spirituale o materiale. L’ho già detto altre volte: se anche fossi rapito in spirito come san Paolo e sapessi che un malato aspetta da me un po’ di minestra, riterrei preferibile, per amore, uscire da tale rapimento e soccorrere l’indigente in un amore più grande.

Non bisogna credere di privarsi così di una grazia, perché ciò che si abbandona volontariamente per amore viene reso con ben maggior liberalità, secondo quanto ha detto Cristo: «Chi abbandona qualche cosa per me, riceverà il centuplo» [3]. In verità, ciò che l’uomo tralascia e abbandona per Dio – anche se desidera vivamente provare tanta consolazione e profondità di sentimento e fa il possibile per questo, ma Dio non glielo concede, ed egli allora vi rinuncia volentieri per amor suo – lo ritroverà in Dio come se avesse avuto in pieno possesso ogni bene mai esistito. Al centuplo si ritroverà tutto ciò di cui ci si è volontariamente spogliati, che si è abbandonato e offerto per Dio, giacché ciò che si vorrebbe, ma di cui si fa a meno per Dio, sia nel corpo sia nello spirito, lo si ritrova totalmente in Dio, come se lo si fosse sempre posseduto e volontariamente lasciato: col suo volontario consenso l’uomo deve infatti essere privato di ogni cosa per Dio, e nell’amore rinunciare a ogni consolazione dell’amore.

Che si debbano talvolta abbandonare, per amore, tali sensazioni, ce lo mostra san Paolo, che tanto amava, quando dice: «Ho desiderato di essere separato da Cristo per amore dei miei fratelli» [4]. Egli non intende dire di essere separato dal primo modo dell’amore, giacché per nulla, in cielo o in terra, vorrebbe esserne separato; ma intende dire proprio questo: di essere pronto a rinunciare alla consolazione.

Sappiate però che gli amici di Dio non sono mai senza consolazione, perché la volontà di Dio è la loro suprema consolazione, sia essa consolazione o assenza di consolazione.

* Estratti dal Trattato Die Rede der Unterscheidunge (Discorsi del discernimento o Istruzioni spirituali). Cfr. Meister Eckhart, Dell’uomo nobile, a cura di Marco Vannini, Adelphi, Milano, 1999.

1. Luca 12, 36.

2. 2 Corinzi 12, 9.

3. Matteo 19,29.

4. Romani 9, 3.