Fatum *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità
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C’erano due fratelli che vivevano nella stessa casa: uno si dava un gran da fare e l’altro oziava tutto il giorno, mangiando e bevendo quello che il fratello preparava. Dio volle che proprio loro diventassero ricchi: avevano bestiame, cavalli, pecore, maiali, api e tutto il resto. Il fratello operoso, una volta pensò:

«Ma perché io devo lavorare per questo pigrone? Meglio sarebbe se ci dividessimo e che ognuno facesse, con quello che ha, ciò che gli pare!».

E così, parlò al fratello:

– Fratello, non è giusto che sia soltanto io a lavorare mentre tu mangi e bevi quel che preparo io e non fai mai niente! Credo sia meglio dividere le nostre ricchezze.

– Non farlo, fratello, – cercò di dissuaderlo l’altro. – Così stiamo bene tutti e due: tu hai tutto in mano, sia i tuoi possedimenti che i miei, e io sono contento di qualunque cosa tu faccia.

Ma il fratello operoso rimase fermo sulla sua decisione, così che all’altro non rimase che accettare.

– Se le cose stanno così, sei padrone di farlo, gli disse. Dividi pure tutto come vuoi.

Il fratello ripartì tutto equamente e ognuno si prese la propria parte. Il fannullone incaricò per il bestiame un mandriano, per i cavalli un cavallaio, per i maiali un porcaio, per le api un apaio e poi disse loro:

– Tutti i miei beni li affido a voi e a Dio, – e lui riprese la vita di sempre.

Il fratello operoso continuò a lavorare con lo stesso impegno di prima, vegliando di persona sui propri beni, ma come ricompensa non ebbe prosperità, bensì disgrazie: giorno dopo giorno, andava sempre peggio, finché non s’impoverì tanto da non avere nemmeno un paio di opanak e dover andare in giro scalzo.

A questo punto pensò: «Vado a vedere com’è andata a mio fratello».

Strada facendo, in un prato s’imbatté in un gregge di pecore: accanto alle pecore non c’era un pastore, ma una bellissima fanciulla che stava seduta filando con un filo d’oro. – Dio t’assista, – la salutò, dopodiché le domandò di chi erano le pecore e lei rispose:

– Le pecore sono di colui che possiede anche me.

– E tu, chi sei? – insistette lui.

– Io sono la Fortuna di tuo fratello.

Questa cosa lo fece arrabbiare. – Dov’è, allora, la mia Fortuna? – le domandò.

– La tua Fortuna è lontana da te, – gli rispose la fanciulla.

– Ma, posso trovarla? – domandò.

– Sí che puoi, – lei rispose: – cercala.

Sentite queste parole e visto che le pecore del fratello stavano bene che meglio non si poteva, non andò più a vedere l’altro bestiame, ma si diresse senza indugio dal fratello, il quale, vedendolo, s’impietosì e si mise a piangere:

– Che ti è successo in tutto questo tempo? – e, accorgendosi che era mal vestito e scalzo, gli diede un paio di opanak e dei soldi.

Dopo alcuni giorni trascorsi festeggiando, il fratello operoso si preparò per ritornare a casa sua. Appena vi arrivò, mise una borsa sulla spalla, vi infilò dentro del pane, prese un bastone in mano e partì per il mondo a cercare la sua Fortuna.

Viaggiando così, s’inoltrò in un bosco e, camminando camminando, scorse sotto un cespuglio una ragazzaccia brutta e malmessa che dormiva. Brandì il bastone, le diede un colpo sul sedere e lei si alzò con difficoltà, riuscendo a malapena ad aprire gli occhi cisposi. Allora apri la bocca:

– Ringrazia Dio che m’ero addormentata: se fossi stata sveglia, non avresti ricevuto neanche questi opanak!

– Ah, sí? Chi sei tu per dire che io non avrei ricevuto gli opanak? – chiese lui.

– Sono la tua Fortuna, – rispose.

A quella notizia, l’uomo cominciò a darsi colpi sul petto:

– Allora sei tu la mia fortuna, che Dio t’ammazzi! Ma chi t’ha mai dato a me?

Fatum [1] m’ha dato a te, – gli disse frettolosamente la ragazza.

– Dov’è questo Fatum? chiese allora l’uomo.

– Va’ a cercarlo! – ribatté lei. E scomparve in quell’istante.

L’uomo iniziò subito a cercare Fatum. Cammina, cammina, arrivò in un villaggio dove, in una casa, vide un fuoco acceso. Pensò tra sé: «Qui staranno facendo una gran baldoria o ci sarà qualche slava [2]», e decise di entrare. Sul fuoco vide un gran paiolo in cui cuoceva la cena e accanto al fuoco il padrone seduto. Entrando in casa lo salutò: – Buona sera!

Il padrone ricambiò il saluto: – Che Dio ti benedica! – e lo invitò a sedersi vicino a lui. Subito gli chiese da dove veniva e dove era diretto e l’altro gli raccontò tutto: che era stato un padrone, che era diventato povero e che stava andando da Fatum per scoprire il perché della sua povertà. Poi domandò al padrone per chi stava preparando tutto quel cibo e il padrone rispose:

– Eh, fratello mio, io sono un padrone e ho di tutto in gran quantità, eppure non riesco a sfamare la mia famiglia: pare che tutti abbiano la bocca di un drago. Comunque vedrai tu stesso che cosa fanno quando ci mettiamo a tavola.

Quando la cena fu pronta, tutti presero ad arraffare il cibo strappandoselo di mano e quel gran paiolo fu svuotato in un batter d’occhio. Dopo cena la padrona ammucchiò le ossa e le buttò nel camino e, per lo stupore dell’ospite, improvvisamente uscirono due vecchi decrepiti, emaciati, spettrali, che si misero a succhiare quelle ossa.

– Fratello, che hai lí, dietro il camino? – chiese dunque al padrone.

– Quelli, fratello, sono mio padre e mia madre, – rispose il padrone. – Sembra che si siano incatenati a questo mondo e non vogliano crepare e scomparire.

Il giorno successivo, salutando l’ospite che stava per ripartire, il padrone disse:

– Fratello, quando troverai Fatum, ricordati di me, e chiedigli che dannazione è mai la mia, che non mi consente di sfamare i miei famigliari e mantiene in vita, ad ogni costo, i miei vecchi genitori.

L’uomo, congedandosi, promise che lo avrebbe fatto, e si rimise in cammino alla ricerca di Fatum. Viaggiò per parecchio tempo, finché una sera arrivò in un altro villaggio e chiese ospitalità per la notte in una casa. I padroni lo ricevettero e gli domandarono dove fosse diretto e lui raccontò loro per filo e per segno come stavano le cose. Questi allora dissero:

– Per Dio, fratello, visto che devi andarci per te, chiedi a Fatum perché il nostro bestiame non prospera ma sta sempre peggio.

Lui promise e il giorno dopo ripartì. Camminando così, arrivò a un fiume e si mise a gridare:

– Ohi, acqua, ohi, acqua, trasportami!

– Dove vai? – domandò l’acqua.

E lui le disse dove stava andando. L’acqua, allora, lo trasportò e lo pregò:

– Fratello, chiedi a Fatum perché io non ho prole.

Promise all’acqua che lo avrebbe chiesto e proseguì. Camminò a lungo, infine arrivò in un bosco dove trovò un eremita al quale chiese se poteva dargli notizie di Fatum. L’eremita gli rispose:

– Va’ di qua, attraverso il monte e arriverai proprio davanti al suo palazzo, quando ti presenterai davanti a Fatum, non chiedergli nulla, ma fa’ solo quello che lui farà, finché non ti chiederà lui stesso qualcosa.

L’uomo ringraziò l’eremita e s’incamminò attraverso il monte. Quando arrivò al palazzo di Fatum, ecco cosa vide: i servi e le serve si davano un gran da fare come se fosse il palazzo di uno zar, mentre Fatum sedeva da solo alla sofra e cenava. Visto ciò, l’uomo si sedette anche lui e si mise a cenare. Dopo cena, Fatum si sdraiò per dormire e lui fece lo stesso. Quando fu circa mezzanotte, si udì un tuono terribile e dal tuono una voce: «Oh, Fatum! Oh, Fatum! Oggi sono nate quel tanto di anime, da’ loro quello che vuoi». Fatum, allora, si alzò, apri uno scrigno coi soldi e cominciò a spargere zecchini per la camera, dicendo:

– Com’è andata oggi a me, così andrà a loro fino alla morte.

Al sorgere del nuovo giorno, quel grande palazzo non c’era più, al suo posto c’era invece una casa di media grandezza, con dentro di tutto e in abbondanza. Quando calò la sera, Fatum si sedette per cenare e anche l’uomo si sedette con lui, ma nessuno diceva una parola. Dopo cena, si sdraiarono per dormire. Attorno alla mezzanotte, cominciò a sentirsi un tuono terribile e dal tuono una voce: «Oh, Fatum! Oh, Fatum! Oggi sono nate quel tanto di anime, da’ loro quello che vuoi!» Fatum si alzò e apri lo scrigno coi soldi, ma non erano più tutti zecchini, bensì soldi d’argento, e qualche zecchino. Fatum prese a sparpagliare i soldi per la camera dicendo:

– Com’è andata a me oggi, così andrà a loro fino alla fine!

Quando la mattina dopo sorse un giorno nuovo, non erano più in quella casa ma in una più piccola.

Ogni notte Fatum faceva sempre la stessa cosa e ogni giorno la casa gli diventava sempre più piccola. Quando, alla fine, diventò una piccola capanna, Fatum prese una zappa e si mise a zappare. Anche l’uomo, allora, prese una zappa e si mise a zappare e così continuarono per tutta la giornata. Al calar della sera, Fatum prese un pezzo di pane, lo spezzò e ne diede la metà all’uomo. Cenarono e dopo cena si sdraiarono per dormire. Attorno a mezzanotte di nuovo cominciò a tuonare tremendamente e dal frastuono si udì la solita voce: «Oh, Fatum! Oh, Fatum! Oggi sono nate quel tanto di anime, da’ loro quello che vuoi». Fatum si alzò, apri lo scrigno e si mise a spargere degli spiccioli e, ogni tanto, qualche marengo, come quelli che si danno ai braccianti, e gridò:

– Com’è andata a me oggi, così andrà a loro fino alla morte!

La mattina seguente, la capanna si era trasformata in un grande palazzo, come quello del primo giorno. Fatum gli chiese allora: – Perché sei venuto?

Lui gli raccontò per filo e per segno la sua sventura e disse che era venuto per domandargli come mai gli aveva dato la cattiva sorte. Fatum disse:

– Tu hai visto come la prima notte spargevo gli zecchini e che cos’è successo dopo. Ebbene, come sto io il giorno in cui un uomo nasce, così starà lui per tutta la vita fino alla fine. Tu sei nato nella notte dei poveri e rimarrai povero fino alla morte. Tuo fratello è nato nella notte fortunata, per questo sarà felice sempre. Tuttavia, siccome ti sei già impegnato tanto, ti dirò come puoi aiutarti. Tuo fratello ha una figlia di nome Milizza; lei è fortunata come suo padre. Quando tornerai a casa, prendila con te e tutto quello che guadagni di’ sempre che è suo.

A questo punto, l’uomo ringraziò Fatum, ma poi aggiunse:

– In un villaggio c’è un ricco contadino che ha di tutto in gran quantità, ma è infelice perché la sua famiglia non riesce a saziarsi: per un solo pasto mangiano un paiolo pieno di cibo ed è sempre troppo poco. Inoltre il padre e la madre di quel contadino si sono attaccati a questo mondo al punto che non riescono a morire, pur essendo vecchi decrepiti, ormai solo più degli scheletri. Il contadino, una notte che ho trascorso da lui, m’ha pregato di chiederti, Fatum, cosa vuol dire tutto questo.

Fatum gli rispose: – Il contadino non rispetta né il padre né la madre: anziché buttar loro il cibo dietro il camino dovrebbe farli sedere a capotavola, dar loro il primo bicchiere di grappa e il primo bicchiere di vino; i figli si sazierebbero con meno della metà del cibo che mangiano ora e quelle povere anime ritroverebbero la pace.

Poi, chiese ancora a Fatum: – In un altro villaggio, in una casa dove ho pernottato, il padrone si lamentava perché il suo bestiame non cresceva bene, anzi peggiorava sempre più, e m’ha pregato di domandarti il perché.

Fatum rispose: – Questo succede perché in occasione dell’onomastico macella l’elemento peggiore del bestiame, se macellasse il migliore, tutti gli altri buoi crescerebbero, uno più dell’altro.

Infine gli chiese dell’acqua: – Come mai quell’acqua non ha prole?

Fatum rispose: – Perché non ha mai affogato un uomo, ma stai attento: non dirglielo finché non ti avrà trasportato, altrimenti sarai tu il primo.

L’uomo ringraziò Fatum e partì in direzione di casa sua. Quando ripassò al fiume, l’acqua gli domandò:

– Com’è andata da Fatum? Lui rispose: – Trasportami all’altra riva e poi te lo dirò.

Dopo che l’acqua lo ebbe trasportato, raggiunta la terra l’uomo si mise a correre e quando giudicò di essere abbastanza lontano, si girò e gridò:

– Oh, acqua! Oh, acqua! Non hai prole perché non hai mai affogato un uomo!

Sentito ciò, l’acqua si ingrossò e straripò, e l’uomo riprese a correre riuscendo per poco a sfuggire all’inondazione.

Arrivato al villaggio dall’uomo i cui buoi non prosperavano, trovò costui ad attenderlo impaziente: – Che c’è, fratello, per Dio! L’hai chiesto a Fatum?

Lui rispose: – Sí, e Fatum mi ha detto che quando festeggi l’onomastico non devi macellare il peggior bue, ma il migliore, così tutti i buoi prospereranno, uno più dell’altro.

A queste parole l’uomo dei buoi gli disse: – Rimani da noi, fratello. Mancano meno di tre giorni alla nostra slava, se sarà come dici ti daremo la mela [3].

E l’uomo restò. Per l’occasione il padrone macellò il miglior bue e da quel momento tutto il bestiame cominciò a prosperare. Dopodiché, il padrone gli regalò cinque buoi, lui ringraziò e riparti.

Quando arrivò al villaggio del padrone che aveva i figli insaziabili, trovò anche lui ad attenderlo impazientemente: – Come va, fratello, per Dio? Che ti ha detto Fatum?

Fatum mi ha detto che non rispetti tuo padre e tua madre, ma butti loro da mangiare dietro il camino; se tu li mettessi a capotavola e dessi a loro il primo bicchiere di grappa e il primo bicchiere di vino, i figli non ti mangerebbero nemmeno la metà del cibo e i tuoi genitori troverebbero la pace all’altro mondo.

Il padrone lo disse allora alla moglie che subito lavò e pettinò i suoceri, li vesti con begli abiti nuovi; quando venne la sera, il padrone li fece accomodare a capotavola e diede loro il primo bicchiere di grappa e il primo bicchiere di vino. Da quel momento, i suoi famigliari mangiarono neanche la metà di quello che divoravano prima e, l’indomani, i suoi genitori spirarono. Il padrone diede all’uomo due manzi e questi lo ringraziò e ripartì verso casa.

Quando arrivò al suo paese, incontrò i conoscenti che cominciarono a domandargli: – Di chi sono questi buoi?

A tutti rispondeva: – Fratelli, sono di Milizza, mia nipote.

Arrivato a casa, si recò subito dal fratello.

– Fratello, lo pregò, lascia che tua figlia Milizza venga a stare con me. Vedi bene che non ho nessuno.

– D’accordo, – gli rispose il fratello, – eccoti Milizza.

E così, tornò con lei a casa, e da quel giorno guadagnò moltissimo, dicendo sempre che tutto era di Milizza. Una volta andò nel campo a vedere il grano: era bello che di più non si sarebbe potuto. In quel mentre passò di lí un viaggiatore che gli domandò: – Di chi è questo frumento?

Lui si sbagliò e rispose: – Mio.

Nell’istante stesso in cui pronunciò quella parola, il grano s’incendiò e cominciò a bruciare. Resosi conto di quanto stava accadendo corse dietro al viaggiatore: – Aspetta, fratello, non è mio il frumento, ma di Milizza, mia nipote.

E così, il fuoco si spense e lui visse felice con Milizza.

* Fiabe dei Balcani, a cura di Aleksandra Šućur, Einaudi, Torino, 2000.

1. «Fatum» è la parola usata nell’originale.

2. La slava è una festa religiosa ortodossa che celebra il patrono e protettore della famiglia.

3. «Dare la mela» è un sintagma popolare per dire «premiare». La mela ha un rilevante peso simbolico, specialmente nella tradizione ortodossa, ad es. i vincitori delle gare, o prove di coraggio, la ricevevano in premio e i fidanzati la ricevevano dalle amate.

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