I limiti del mentale*

René Guénon

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Parlavamo poco fa della mentalità necessaria per l’acquisizione della conoscenza iniziatica, mentalità tutta differente dalla mentalità profana, e alla formazione della quale contribuisce grandemente l’osservazione dei riti e delle forme esteriori in uso nelle organizzazioni tradizionali, senza pregiudizio dei loro altri effetti di un ordine più profondo; ma occorre comprendere bene che non si tratta in ciò che di uno stadio preliminare, corrispondente solo a una preparazione ancora tutta teorica, e nient’affatto dell’iniziazione effettiva. È opportuno, in effetti, insistere sull’insufficienza del mentale riguardo a ogni conoscenza d’ordine propria­mente metafisico e iniziatico; siamo obbligati a servirci di questo termine “mentale”, preferen­dolo a qualunque altro, come equivalente del sanscrito manas, poiché vi si ricollega con la sua radice; intendiamo dunque con ciò l’insieme delle facoltà di conoscenza che sono specifica­mente caratteristiche dell’individuo umano (lui stesso designato, in diverse lingue, con delle parole aventi la medesima radice), e delle quali la principale è la ragione.

Abbiamo precisato abbastanza sovente la distinzione tra la ragione, facoltà d’ordine puramente individuale, e il puro intelletto, che è al contrario sopraindividuale, perché sia inutile ritornarvi qui; ricorderemo solamente che la conoscenza metafisica, nel vero senso della parola, essendo d’ordine universale, sarebbe impossibile se non vi fosse nell’essere una facoltà dello stesso ordine, dunque trascendente in rapporto all’individuo: tale facoltà è propriamente l’in­tuizione intellettuale. Infatti, essendo ogni conoscenza essenzialmente un’identificazione, è evidente che l’individuo, in quanto tale, non può raggiungere la conoscenza di quel che è al di là del dominio individuale, il che sarebbe contraddittorio; questa conoscenza è possibile solo perché l’essere che è un individuo umano in un certo stato contingente di manifestazione è anche altro al tempo stesso: sarebbe assurdo dire che l’uomo, in quanto uomo e con i suoi mezzi umani, può lui stesso superarsi; ma l’essere che appare in questo mondo come un uomo è, in realtà, tutt’altra cosa per il principio permanente e immutabile che lo costituisce nella sua essenza profonda[1]. Ogni conoscenza che si possa dire veramente iniziatica risulta da una comunicazione stabilita coscientemente con gli stati superiori; ed è a una tale comunicazione che si riferiscono nettamente, se li si intende nel loro vero senso e senza tener conto dell’abuso che troppo spesso ne è fatto nel linguaggio ordinario della nostra epoca, dei termini come “ispirazione” e “rivelazione”[2].

La conoscenza diretta d’ordine trascendente, con la certezza assoluta che essa implica, è evi­dentemente, in se stessa, incomunicabile e inesprimibile; ogni espressione, essendo necessaria­mente formale per definizione stessa, e di conseguenza individuale[3], è perciostesso inadeguata a essa e non può darne, in qualche modo, che un riflesso nell’ordine umano. Tale riflesso può aiutare certi esseri a conseguire realmente quella stessa conoscenza, risvegliando in essi le facoltà superiori, ma, come già abbiamo detto, non può minimamente dispensarli dal fare personalmente quel che nessuno può fare per loro; è unicamente un “supporto” per il loro lavoro interiore. Peraltro vi è, a questo riguardo, una grande differenza da fare, come mezzi d’espres­sione, tra i simboli e il linguaggio ordinario; abbiamo spiegato precedentemente che i simboli, per il loro carattere essenzialmente sintetico, sono particolarmente atti a servire come punto d’appoggio all’intuizione intellettuale, mentre il linguaggio, che è essenzialmente analitico, non è propriamente che lo strumento del pensiero discorsivo e razionale. Ancora bisogna aggiungere che i simboli, attraverso il loro lato “non-umano”, portano in sé un’influenza la cui azione è suscettibile di risvegliare direttamente la facoltà intuitiva in coloro che li meditino nel modo voluto; ma questo si riferisce unicamente al loro uso in qualche modo rituale come supporto di meditazione, e nient’affatto ai commenti verbali che è possibile fare sul loro significato, e che non ne rappresentano in tutti i casi che uno studio ancora esteriore[4]. Essendo il linguaggio umano strettamente legato, per sua stessa costituzione, all’esercizio della facoltà razionale, ne consegue che tutto ciò che è espresso o tradotto a mezzo di tale linguaggio assume forzata­mente, in modo più o meno esplicito, una forma di “ragionamento”; ma si deve comprendere che non può esservi tuttavia che una similitudine tutta apparente ed esteriore, di forma e non di fondo, tra il ragionamento ordinario, concernente le cose del dominio individuale che sono quelle a cui esso è propriamente e direttamente applicabile, e quello che è destinato a riflettere, per quanto è possibile, qualcosa delle verità d’ordine sopraindividuale. Per questo abbiamo detto che l’insegnamento iniziatico non deve mai prendere una forma “sistematica”, ma deve al contrario aprirsi sempre su delle possibilità illimitate, in modo da riservare la parte dell’inespri­mibile, che in realtà è tutto l’essenziale; e, con ciò, lo stesso linguaggio, quando è applicato alle verità di quest’ordine, partecipa in qualche modo al carattere dei simboli propriamente detti[5]. Comunque sia, colui che, con lo studio di una qualsiasi esposizione dialettica, è pervenuto a una conoscenza teorica di certune di queste verità, con ciò non ne ha tuttavia ancora minimamente una conoscenza diretta e reale (o più esattamente “realizzata”), in vista della quale quella conoscenza discorsiva e teorica non può costituire niente più di una semplice preparazione.

Questa preparazione teorica, per quanto indispensabile sia di fatto, non ha tuttavia in se stessa che un valore di mezzo contingente e accidentale; fintantoché ci si limita a essa, non si può parlare d’iniziazione effettiva, neanche al grado più elementare. Se non vi fosse niente di più né d’altro, in ciò non vi sarebbe insomma che l’analogo, in un ordine più elevato, di quel che è una qualunque “speculazione” riferentesi a un altro dominio[6], giacché una tale conoscen­za, semplicemente teorica, non è che attraverso il mentale, mentre la conoscenza effettiva è “con lo spirito e l’anima”, vale a dire insomma con l’intero essere. È d’altronde per questo che, anche al di fuori del punto di vista iniziatico, i semplici mistici, senza oltrepassare i limiti del dominio individuale, sono tuttavia, nel loro ordine che è quello della tradizione exoterica, incontestabil­mente superiori non solamente ai filosofi, ma perfino ai teologi, giacché la minima briciola di conoscenza effettiva vale incomparabilmente più di tutti i ragionamenti che procedono soltanto dal mentale[7].

Fintantoché la conoscenza non è che attraverso il mentale, essa non è che una semplice conoscenza “per riflesso”, come quella delle ombre che vedono i prigionieri della caverna simbolica di Platone, dunque una conoscenza indiretta e tutta esteriore; passare dall’ombra alla realtà, colta direttamente in se stessa, è propriamente passare dall’“esterno” all’“interno”, e anche, dal punto di vista in cui ci poniamo qui più particolarmente, dall’iniziazione virtuale all’iniziazione effettiva. Questo passaggio comporta la rinuncia al mentale, ossia a ogni facoltà discorsiva che è ormai divenuta impotente, poiché non può superare i limiti che gli sono imposti dalla sua stessa natura[8]; solo l’intuizione intellettuale è al di là di questi limiti, poiché non appartiene all’ordine delle facoltà individuali. Servendosi del simbolismo tradizionale fondato sulle corrispondenze organiche, si può dire che il centro della coscienza dev’essere allora trasfe­rito dal “cervello” al “cuore”[9]; per questo trasferimento, ogni “speculazione” e ogni dialettica non possono evidentemente più essere d’alcun uso; ed è a partire da là solamente che è possibile parlare veramente d’iniziazione effettiva. Il punto in cui questa incomincia è pertanto ben al di là di quello in cui finisce tutto quel che vi può essere di relativamente valido in qualsiasi “speculazione”; tra l’uno e l’altro, vi è un vero e proprio abisso, che solo la rinuncia al mentale, come abbiamo appena detto, permette di superare. Colui che s’aggrappa al ragionamento e non se ne libera al momento voluto rimane prigioniero della forma, che è la limitazione per la quale si definisce lo stato individuale; non oltrepasserà quindi mai quest’ultimo, e non andrà mai più lontano dell’“esterno”, cioè rimarrà legato al ciclo indefinito della manifestazione. Il passaggio dall’“esterno” all’“interno”, è anche il passaggio dalla molteplicità all’unità, dalla circonferenza al centro, al punto unico da cui è possibile all’essere umano, restaurato nelle prerogative dello “stato primordiale”, elevarsi agli stati superiori[10] e, con la realizzazione totale della sua vera essenza, essere infine effettivamente e attualmente quel che è potenzialmente da tutta l’eternità. Colui che conosce se stesso nella “verità” dell’“Essenza” eterna e infinita[11], costui conosce e possiede ogni cosa in se stesso e per se stesso, giacché è pervenuto allo stato incondizionato che non lascia fuori di sé alcuna possibilità, e questo stato, in rapporto al quale tutti gli altri, per elevati che siano, non sono realmente ancora che degli stadi preliminari senza alcuna comune misura con esso[12], tale stato che è lo scopo ultimo di ogni iniziazione, è propriamente ciò che si deve intendere per l’“Identità Suprema”.

 

René Guénon

*R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Les Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXXII.

[1] Si tratta qui della distinzione fondamentale tra il “Sé” e l’“io”, ovvero tra la personalità e l’indi­vidualità, che è al principio stesso della teoria metafisica degli stati molteplici dell’essere.

[2] Queste due parole designano in fondo la stessa cosa, considerata sotto due punti di vista alquanto differenti: quel che è “ispirazione” per l’essere stesso che lo riceve diviene “rivelazione” per gli altri esseri ai quali lo trasmette, nella misura in cui ciò è possibile, manifestandolo esteriormente attraverso un qualunque modo d’espressione.

[3] Ricorderemo che la forma è, tra le condizioni dell’esistenza manifestata, quella che caratterizza pro­priamente ogni stato individuale come tale.

[4] Ciò non vuol dire, beninteso, che colui che spiega i simboli servendosi del linguaggio ordinario non ne abbia forzatamente egli stesso che una conoscenza esteriore, ma solamente che questa è tutto quel che può comunicare agli altri attraverso tali spiegazioni.

[5] Quest’uso superiore del linguaggio è soprattutto possibile quando si tratti di lingue sacre, che sono siffatte precisamente perché costituite in modo tale da portare in se stesse tale carattere propriamente simbolico; è naturalmente molto più difficile con le lingue ordinarie, soprattutto quando queste non siano impiegate abitualmente che per esprimere dei punti di vista profani com’è il caso delle lingue moderne.

[6] Si potrebbe paragonare una tale “speculazione», nell’ordine esoterico, non tanto alla filosofia che non si riferisce che a un punto di vista tutto profano, ma piuttosto a quel che la teologia è nell’ordine tradizionale exoterico e religioso.

[7] Dobbiamo precisare che questa superiorità dei mistici va intesa esclusivamente quanto al loro stato interiore, giacché, d’altro lato, può succedere, come abbiamo già indicato in precedenza, che, in mancan­za di preparazione teorica, essi siano incapaci di esprimerne alcunché in modo intelligibile; e, inoltre, bi­sogna tener conto del fatto che, a dispetto di quel che hanno veramente “realizzato”, essi rischiano sempre di perdersi, per il fatto stesso che non possono superare le possibilità dell’ordine individuale.

[8] Tale rinuncia non vuole assolutamente dire che la conoscenza di cui si tratta sia in qualche modo contraria od opposta alla conoscenza mentale, in quanto questa è valida e legittima nel suo ordine relati­vo, vale a dire nel dominio individuale; non si ripeterà mai abbastanza, per evitare ogni equivoco a questo riguardo, che il “sovrarazionale” non ha niente in comune con l’“irrazionale”.

[9] È appena il caso di ricordare che il “cuore”, assunto simbolicamente a rappresentare il centro dell’individualità umana considerata nella sua integralità, è sempre posto in corrispondenza, da tutte le tradizioni, con il puro intelletto, il che non ha assolutamente alcun rapporto con la “sentimentalità” che gli attribuiscono le concezioni profane dei moderni.

[10] Cfr. L’Ésotérisme de Dante, pp. 58-61 [1a ed.].

[11] Prendiamo qui la parola “verità” nel senso del termine arabo haqîqah, e la parola “Essenza” nel senso di Edh-Dhât. – A ciò si riferisce nella tradizione islamica questo hadîth: «Colui che conosce se stesso conosce il suo Signore» (Man arafa nafsahu faqad arafa Rabbahu); e tale conoscenza è ottenuta mediante quello che è chiamato l’“occhio del cuore” (aynul-qalb), che altro non è che la stessa intuizione intellettuale, come esprimono queste parole di El-Hallâj: «Vidi il mio Signore con l’occhio del mio cuore, e dissi: chi sei? Rispose: Te» (Raaytu Rabbî bi-ayni qalbî, faqultu man anta, qâla anta).

[12] Ciò non deve intendersi solamente degli stati che non corrispondono che a delle estensioni dell’indi­vidualità, ma anche degli stati sopraindividuali ancora condizionati.

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