La Vocazione

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Albano Martín de la Scala

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René Guénon nella sua opera Il Re del Mondo nel capitolo VIII scrive [1]«Il periodo attuale è dunque un periodo di oscuramento e di confusione; le sue condizioni sono tali che, finché persisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta; da qui il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (la quale non risale neppure all’inizio di tale periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono una iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tradizionale, ma non ne offrono che l’ombra quando lo spirito di tale dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per ragioni diverse, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo si è ormai rotto, ciò che è il senso più specifico della perdita della tradizione, quello che concerne in particolar modo questo o quel centro secondario, che cessa di essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo. Si deve dunque, come già dicevamo sopra, parlare di qualcosa di nascosto piuttosto che veramente per¬duto, poiché non per tutti è perduto e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire la loro intenzione sia diretta in modo che, attraverso le vibrazioni armoniche che risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni concordanti” [2], essa possa metterli in comunicazione spirituale effettiva con il centro supremo [3]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo” » [4].

La parola “vocazione” deriva dal vocabolo latino “vocatus” e ha radice comune con il termine “vox”: voce; il significato etimologico è quello di “chiamata”. Chiamata che, se intesa in senso superiore, procede direttamente dal centro supremo di cui parla Guénon nella citazione introduttiva, centro che, a livello microcosmico, corrisponde simbolicamente al cuore. Tale chiamata parte dal centro di ogni essere ed è rivolta a ciascuno di essi con il nome essenziale e profondo che lo caratterizza, il quale è diverso da quello di tutti gli altri ed è propriamente unico. Tale nome essenziale però, combinandosi con l’ambiente che incontra nel suo percorso che dal centro si diffonde simbolicamente nello spazio, si vela e si rivela allo stesso tempo con modalità via via più esteriori [5]. La graduale alterazione e come mascheramento del nome, hanno fra gli altri effetti quello di permettere, anche a chi abbia un orizzonte intellettuale più limitato, di poter comunque percepire, al suo livello, questa chiamata centrale.

Questa pluralità di nomi può aiutare a comprendere come la stessa parola “vocazione” possa essere intesa con significati e a gradi molto diversi. Può, ad esempio, riferirsi al dominio della spiritualità pura, oppure a quello psichico, inteso come origine relativa dell’individualità. Ne consegue che, anche quando si parla di vocazione, si può legittimamente intendere la chiamata dell’uomo allo spirituale, oppure quella predisposizione dell’essere a esercitare un mestiere o una funzione particolare piuttosto che altre. È chiaro che i punti di vista di cui si tratta, riferendosi a piani diversi di realtà, non sono affatto in opposizione, anzi, è nell’espletazione delle attività più esteriori che l’essere può trovare un supporto adeguato per aprirsi a quelle più profonde.

Nel nostro precedente lavoro [6] indicammo come nella parte più profonda e intima dell’essere umano vi sia una presenza che non è di natura individuale ma universale. Questa presenza è sempre viva, ed è questa la ragione per cui gli esseri esistono, ma, al giorno d’oggi, i sensi interni che permettono all’individuo di percepirla, spesso sono come addormentati o narcotizzati. Nonostante questo, la sua vitalità, a volte, si può manifestare attraverso delle vibrazioni interne che risuonano come un richiamo interiore al trascendente. Ciò è dovuto al fatto che i simili si attraggono, tendendo naturalmente verso la riunificazione di ciò che è stato sparso [7].

Come abbiamo avuto modo di indicare, da un punto di vista iniziatico, l’unione che bisogna ricercare è quella del soffio divino, presente nel foro interiore di ogni essere umano, con l’origine spirituale da cui nasce. È in ciò che è contenuto il senso profondo dell’amore [8].

Così come un uccello in gabbia non potrà non aspirare a volare libero nel cielo, poiché questa è la sua vera natura, allo stesso modo, la parte più profonda dell’essere non accetterà di rimanere rinchiusa nei limiti individuali e chiederà con forza di tornare là dove si situa la sua vera origine. È questa la ragione per cui, chi percepisca questa presenza vitale all’interno del proprio cuore, fino a quando non avrà percorso un cammino di conoscenza, non potrà che essere a disagio, in sofferenza e sentirà come una mancanza, forse non ancora ben definita, nella sua vita. Egli è spiritualmente vivo ed è a persone così che intendiamo rivolgerci con i nostri scritti.

L’appello che nasce nel centro si diffonde nello spazio attraverso vibrazioni caratterizzate da cerchi concentrici, si può quindi intuire come il seguire questa chiamata corrisponda a un cammino che, procedendo in senso inverso, trovi il suo punto di partenza nel cerchio esteriore, che corrisponde all’attuale stato di percezione della realtà nella quale si trova l’essere e lo porti, attraverso tappe successive [9] corrispondenti al raggiungimento di cerchi via via più piccoli, a ritornare alla propria essenza profonda [10].

Il passaggio da un cerchio esteriore a uno più interiore implica l’attualizzazione di tutte le possibilità comprese nello spazio esistente fra i due e, di conseguenza, il raggiungimento del centro, nel caso specifico dello stato umano, comporta lo sviluppo armonico e totale delle potenzialità in esso contenute [11].

Ogni cerchio qui rappresentato corrisponde a una determinata realtà ambientale, realtà alla quale l’essere è per sua natura strettamente e saldamente legato. Il passaggio da un cerchio più esterno a uno più interiore implica quindi la completa rinuncia agli attaccamenti che a esso si riferiscono e, di conseguenza, il raggiungimento del centro presuppone necessariamente il totale sacrificio dello stato di manifestazione corrispondente. Il segreto è contenuto negli opposti ed è solo rinunciando che l’essere può veramente ottenere, cioè, in definitiva, pienamente attualizzare le proprie possibilità [12].

Questa rinuncia però non sarà né semplice né indolore. Attaccamenti, fisici e soprattutto psichici, potranno manifestarsi ad esempio attraverso legami familiari, professionali, le proprie abitudini o il proprio mentale e tratterranno, anche nei modi più impensati, l’essere che voglia liberarsene.

Non solo, vi sono pure condizionamenti ereditari e ancestrali che a un certo punto, se si vuole avanzare nella Via dovranno essere superati [13]. La parte essenziale dell’essere non potrà ritornare armonicamente [14] alla sua origine fintanto che non si sarà liberata dalle zavorre che la appesantiscono; da qui la necessità di alleggerirla tramite un profondo lavoro di purificazione.

Per farci meglio comprendere porteremo ora un esempio. Un essere che viva nella piena profanità e che si trovi quindi in una condizione estremamente esteriore e voglia passare a una più interiore, si troverà nella necessità di abbracciare una forma tradizionale, accettando tutte le prescrizioni exoteriche da essa imposte e rinunciando a tutto ciò che è interdetto. Il campo di azione della sua individualità verrà in questo caso ridotto, vi saranno poi possibili passaggi successivi come quello del legame iniziatico che potrà svilupparsi in modo graduale portando l’essere via via ad abbandonare le proprie inclinazioni individuali per seguire la sua vocazione [15].

Chi avrà realmente assimilato questo piano di realtà, compirà gli atti prescritti e si asterrà da quelli vietati con gioia e naturalezza e sentirà ogni azione contraria alla legge come opporsi alla propria natura. A quel punto egli, avendo realizzato quest’aspetto della sua vocazione, nell’agire in quest’ambito sarà realmente libero [16]. Questi concetti di gioia, naturalezza e libertà, che nella concezione corrente accompagnano l’idea di vocazione, sono quindi un risultato molto più che un punto di partenza e, evidentemente, possono essere trasposti a realtà progressivamente più profonde.

Dicevamo di come i sensi interni che permettono all’individuo di avvertire la presenza trascendente nel proprio foro interiore, spesso siano come addormentati o narcotizzati. Una conseguenza di questo stato di cose può portare l’essere a ignorarne totalmente l’esistenza ed è questa la drammatica situazione nella quale si trova la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei. Può esserci però anche il caso in cui qualcuno, magari attraversando un momento particolare della propria vita, percepisca in un qualche modo questa esistenza vitale all’interno del proprio cuore senza poi trovare il modo per renderla attiva nella sua esistenza. La vocazione si manifesta come una chiamata, chi la ha in qualche modo udita, a causa del caos generale che lo circonda, non sempre è però in grado di identificarne la reale origine e può essere quindi in difficoltà a seguirla [17].

In definitiva seguire la vocazione, significa trovare un centro alla propria vita, a esso tendere e a esso attenersi. Con questa affermazione stiamo parlando di cose estremamente concrete. L’essere deve quindi poter trovare al livello del suo attuale stato di percezione della realtà dei supporti tangibili che gli permettano di interagire con lo spirituale [18].

In un mondo tradizionale questi supporti, siano essi esseri umani, organizzazioni o altro, sono facilmente identificabili. In questo contesto sta quindi a ciascuno di decidere se impegnarsi o meno nell’avanzare nel suo cammino.

Purtroppo, al giorno d’oggi, così come anche indicato nella nota introduttiva, le realtà autenticamente spirituali si stanno sempre più ritirando. La conseguenza di questo fatto è che lo spazio esteriore che hanno lasciato libero è stato occupato da ogni sorta di realtà, realtà spesso inquietanti, le quali compongono un panorama particolarmente intricato e lastricato di trappole di ogni genere.

Questa considerazione non deve però far cadere nello sconforto e nella rassegnazione. Vi è un fatto estremamente importante del quale bisogna tenere conto: ogni atto, sia interiore sia esteriore, non passerà mai realmente inosservato. Il Divino osserva tutto [19] e qualora l’attitudine dell’essere sia sincera, pura, volonterosa e disinteressata [20], le porte che permettono di raggiungere il centro finiranno per aprirsi una dopo l’altra davanti a lui [21] ed egli sarà tenuto lontano dagli inganni [22]. Ogni essere dispone di mezzi e realtà tradizionali alle quali si può appoggiare ed è nell’esercizio dei propri compiti, fossero anche apparentemente banali e di poca importanza, nel modo migliore possibile, che risiede il segreto per avanzare nella via [23]. È utilizzando al meglio gli strumenti di cui si dispone che se ne otterranno di più perfezionati. Solo così facendo si potrà lasciare la propria condizione periferica per passare a una più interiore, essendo in qualche modo cooptati; bisogna ricordarsi che si è sempre alla presenza del Principio che, a seconda dei comportamenti adottati, può, utilizzando come supporto della sua azione anche degli esseri umani, fare avanzare o meno nel cammino che conduce a Lui. Osservando le cose sotto quest’ottica, ad esempio, non è quindi per nulla da sottovalutare l’importanza di una coscienziosa pratica exoterica o di una seria attività iniziatica anche all’interno di organizzazioni eventualmente ormai gravemente degenerate. Ma andremo anche oltre, riprendendo ciò che affermavamo all’inizio di questo lavoro, quando abbiamo detto che l’essere che oda la propria chiamata non potrà esimersi dall’affrontare questioni che implichino un completo rivolgimento della propria vita. In realtà ogni atto, a cominciare dai più normali e basilari come quello di trovarsi un mestiere, farsi una famiglia e procreare, se vissuto in funzione di un riavvicinamento al centro, viene come sublimato e sacralizzato e può contribuire a riportare l’essere “all’ordine” e all’equilibrio. Questa considerazione finale ci porta a toccare il fondamentale argomento del cambiamento di mentalità, tema che merita uno studio a parte e che ci riserviamo di affrontare eventualmente in futuro.

1. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

2. Questa espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, prendiamo qui la parola “intenzione” in un senso che è affatto esattamente quello dell’arabo niyah, che viene abitualmente tradotto così, e tale senso è peraltro conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

3. Quanto abbiamo appena detto permette di interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Occorrerà beninteso riferirsi qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta intenzione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

4. Nell’Islam, tale orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’intenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

5. Per più ampi sviluppi sul tema rimandiamo i lettori a quanto scrive R. Guénon in Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XXVII, Nomi profani e nomi iniziatici, scritto pubblicato anche in questo numero della rivista.

6. Lettera e Spirito n° 32, Alcune considerazioni sull’aspirazione.

7. Dio creò «l’uomo a sua immagine e somiglianza» (Genesi, 1, 26) ed è in base a quest’affinità che l’essere umano è chiamato al trascendente. Non solo, egli è portato, per “vocazione”, a imitare l’operato divino. Considerando questa imitazione del divino, possiamo far notare come, alla vocazione, “chiamata” che irraggiandosi dal Principio raggiunge tutti gli esseri umani, quando vi sia una rispondenza attiva dell’essere chiamato, corrisponda, come in un eco, l’attività di in-vocazione che, partendo da ogni singolo invocatore, ritorna al centro; da cui la preposizione “in”, ovvero interiore, che precede la parola vocazione. In questo, l’invocazione, nella sua accezione più elevata, si identifica con l’attività d’incantazione di cui abbiamo parlato nel nostro precedente lavoro. Attività che deve essere considerata come comprendere qualunque atto che manifesti l’aspirazione dell’essere verso l’unione con lo spirituale. Possono quindi essere legittimamente incluse, all’interno di questa definizione, tutte le azioni, comprese quelle artistiche o artigianali, che si sviluppano nell’ambito di un quadro autenticamente iniziatico. Le vibrazioni armoniche che in tal modo vengono provocate, possono, secondo la legge delle azioni e reazioni concordanti”, portare alla presa di coscienza del contatto con il Centro supremo.

8. L’amore fra un uomo e una donna e il desiderio ardente di stare insieme che essi sentono può essere presa come rappresentazione simbolica di questa realtà. Fra gli innumerevoli casi dove questo simbolismo è utilizzato, basti pensare a quello dei “Fedeli d’amore”. A questo proposito segnaliamo che la capacità di innamorarsi di un partner di sesso opposto, in certi ambiti, è considerata un’importante qualificazione iniziatica.

9. Tappe che, in casi particolari, possono anche essere simultanee.

10. Il legame con il significato simbolico del tiro al bersaglio è qui evidente.

11. In questo caso ci stiamo limitando al piano bidimensionale il cui centro corrisponde a quello del nostro mondo, fine dei piccoli misteri. Evidentemente, con i dovuti adattamenti, si potrà trasporre questo discorso alla realtà universale e ai grandi misteri.

12. Precisiamo che con quanto precede non intendiamo affermare che il passaggio da un cerchio all’altro implichi un esaurimento delle possibilità fra i due contenute, al contrario; questo processo comporta la completa messa in ordine di queste potenzialità che, da quel punto in avanti, saranno correttamente orientate e quindi vissute solo in funzione di un riavvicinamento e di una partecipazione al centro. Segnaliamo inoltre che la descrizione schematica che abbiamo dato è utile per comprendere il funzionamento di questo processo di avvicinamento al centro, tuttavia la realtà può essere molto più complessa. Può ad esempio accadere che un essere si trovi ad effettuare questo lavoro di distacco contemporaneamente su più cerchi di grandezze diverse, oppure che debba, come in un gioco dell’oca, ritornare ad affrontare legami dai quali pensava di essersi già liberato. In ogni caso il concetto della necessità di distaccarsi per ottenere e attualizzare resta sempre valida.

13. Si pensi all’esempio simbolico del peccato originale.

14. Esistono situazioni in cui questo ritorno avviene in modo disarmonico: è questo il caso di colui che nella tradizione islamica è chiamato majdhûb, essere su cui si è esercitata «… dal lato spirituale, un’“attrazione” (jadhb, da cui il nome majdhûb) che, in mancanza di una preparazione adeguata e di un’attitudine sufficientemente “attiva”, ha provocato uno squilibrio e come una “scissione”, si potrebbe dire, fra i diversi elementi del suo essere. La parte superiore, invece di trascinare con sé la parte inferiore e di farla partecipare nella misura del possibile al proprio sviluppo, al contrario se ne distacca e la lascia per così dire indietro; da ciò non può che risultare una realizzazione frammentaria e più o meno disordinata. Infatti, dal punto di vista di una realizzazione completa e normale, nessuno degli elementi dell’essere è veramente trascurabile … » (René Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVII, Follia apparente e saggezza nascosta).

15. Nella Massoneria questa crescita di responsabilità e obblighi è caratterizzata, anche formalmente, da giuramenti successivi.

16. A questo proposito ricordiamo la nota frase di Dante Alighieri: «A maggior forza e a miglior natura liberi soggiacete» (Divina Commedia, Purgatorio, XVI), concetto evidentemente applicabile anche a livelli più profondi di quello exoterico.

17. In particolare, oggi più che nel passato, viviamo in un mondo pieno di rumori, frastuoni e richiami che si sovrappongono e a volte si mischiano in modo inestricabile e questo è vero per la condizione fisica, ma ancora di più per quella psichica. Il tendere verso il silenzio interiore è quindi un passo indispensabile per poter udire in modo sempre più chiaro la propria chiamata. Non a caso la disciplina del silenzio, anche esteriore, trova ampio spazio nelle più diverse forme tradizionali. Basti pensare al silenzio dell’apprendista in Massoneria o a quello praticato in diversi ordini monastici.

18. E questa è esattamente la funzione della tradizione.

19. Citeremo a questo proposito l’occhio che vede tutto massonico o il concetto islamico di Ihsan che “consiste nel servire Allâh come se tu Lo vedessi; perché se tu non Lo vedi, Lui ti vede”.

20. Si noti che non stiamo parlando affatto di capacità mentali o psichiche straordinarie, capacità che anzi, spesso, possono trasformarsi in ostacoli sulla propria via.

21. Anche se questo non è detto che avvenga con la tempistica che l’individuo si aspetta; da qui uno dei motivi che portano tutte le tradizioni ad attribuire una grandissima importanza alla pazienza.

22. Precisiamo, a scanso di equivoci, che questa affermazione non deve in alcun modo indurre a sentirsi dispensati da uno sforzo di approfondimento dottrinale e di discernimento, diciamo invece che è proprio sulla base di un’attitudine corretta che questo sforzo potrà dare i suoi frutti.

23. Questo è anche il modo che permette all’essere di concorrere attivamente all’attualizzazione del disegno divino, modo che trova la sua applicazione simbolica nel teatro; in quest’ambito l’attore è chiamato a interpretare la “sua” parte, parte che esiste già ben prima della rappresentazione. Egli deve svolgere il ruolo che gli è stato attribuito, non già lasciandosi andare alla propria iniziativa individuale, ma seguendo il più possibile le indicazioni del “Regista”, anche se magari, a causa della sua ignoranza del copione, gli possono apparire strane. L’attore deve cercare un legame costante e cosciente con colui che lo dirige e diventare in tal modo come un suo prolungamento. Quanto precede deve far comprendere come l’espletazione della propria funzione, in definitiva, non sia altro che la partecipazione attiva al piano di colui che nella tradizione muratoria è indicato come il Grande Architetto dell’Universo.

Albano Martín de la Scala