Pirqé Avot o Lezioni dei Padri

Pirqé Avot

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I Pirqé Avot[1] sono una raccolta di detti e sentenze dei rabbini del tempo della Mishnah (II secolo), composta da aforismi di saggezza e precetti morali, che ben presto fu considerata come la summa etica del Talmud per eccellenza. Le lezioni e i loro commentari costituiscono una trama tale che in essi s’incrociano in ogni punto diacronia e sincronia: ogni regola etica e intellettuale lanciata al flusso delle generazioni è assoggettata a colui che l’enunciò, il quale a sua volta è soggetto all’in­segnamento delle generazioni anteriori. Così si costituisce la catena di trasmissione della Torah. Nel IX secolo i Pirqé Avot divennero un manuale di preghiera e si recitavano durante i sei shabbat che vanno da Pesah (Festa della Pasqua) a Shavuot (Festa delle Settimane).

 

Capitolo VI – Mishnah 6

La Torah è superiore al sacerdozio e alla regalità. Giacché la regalità è acquisita grazie a trenta forme di perfezione e il sacerdozio grazie a ventiquattro, mentre ce ne vogliono quaran­totto per acquisire la Torah, ossia: con lo studio, con un ascolto attento, con la disposizione del­le labbra, con il discernimento del cuore, con la paura, con il timore, con l’umiltà, con la gioia, con la purezza, con il servizio dei saggi, con la minuziosità dei compagni di studio, con la dia­lettica dei discepoli, con la fermezza d’animo, con la Scrittura, con la Mishnah, con la diminu­zione degli affari, con la diminuzione della frequenza delle relazioni, con la diminuzione dei piaceri, con la riduzione del sonno, con la diminuzione delle conversazioni, con la diminuzione delle battute, con la pazienza, con un buon cuore, con la fiducia nelle parole dei saggi, con l’accettazione dei castighi, conoscendo il proprio posto, rallegrandosi della propria parte, facen­do argine alle proprie parole, non attribuendosi alcun merito personale, essendo amato, amando il Luogo, amando le creature, amando la carità, amando la rettitudine, amando i rimproveri, allontanandosi dalla gloria, non traendo vanità del proprio studio, non prendendo piacere nel­l’esprimere sentenze, condividendo il giogo del proprio compagno, giudicandolo bene, confer­mandolo nella verità e confermandolo nella pace, rafforzando il proprio cuore nello studio, discutendo e rispondendo[2], ascoltando e completando, studiando al fine di poter insegnare e studiando al fine di per poter compiere, rendendo saggio il proprio maestro e citando accurata­mente il suo insegnamento, e riportando una parola al nome di colui che l’ha detta. Vedi, hai appreso che chi riporta una parola al nome di colui che l’ha detta porta la liberazione al mondo, com’è scritto «Ester parlò al re in nome di Mardocheo» (Ester, 2, 22.).

 

Commentari delle Lezioni dei Padri[3]

 

Rashi: «La regalità è acquisita grazie a trenta forme di perfezione»: queste sono insegnate nel Libro di Samuele (I, 8); quando i figli d’Israele chiesero un re, Samuele rispose loro: Sap­piate che la legge del re sarà così e così. Se fai il conto, associandogli ciò che è insegnato nel trattato Sinedrio (cap. 2), ossia che il re giudica ma non è giudicato, ecc., ne troverai trenta. Quanto al sacerdozio, si tratta dei ventiquattro doni offerti ai sacerdoti (cfr. Numeri, 18, 8 sgg.): dieci del Tempio, quattro a Gerusalemme e dieci nel resto del paese.

«Con la disposizione delle labbra»: pronunciando il suo studio e facendolo sentire a tutte le membra del proprio corpo nel momento in cui è messo in ordine nella sua bocca.

«Con il discernimento del cuore», vale a dire con l’intelligenza del cuore, che riflette per obiezioni, poi ritorna su se stessa e considera in quale maniera rispondere e comprendere la cosa nel suo fondo e che stabilisce i possibili sensi e li valuta.

«Con la gioia», giacché la Shekinah[4] non risiede in seno all’afflizione ma nella gioia del comandamento.

«Con il servizio dei saggi»: sevendoli e compiendo il loro lavoro al fine d’apprendere da loro l’insegnamento e la riflessione. Giacché Mara dice (Berakoth, 47b.): «Il servizio della Torah è più grande del suo studio», e i saggi hanno detto in più che il volgo è colui che ha studiato la Torah e la Mishnah ma non ha servito i saggi.

«Con la minuziosità degli scribi»: con l’assiduità, giacché più un uomo è assiduo più diventa saggio; e i saggi hanno detto anche: Se qualcuno ti dichiara che ha penato ma non ha trovato, non crederlo.

«Con l’accettazione dei castighi»: se dei castighi s’abbattono su un uomo, ch’egli li accolga con amore e non inizi a scalciare, né svii il suo cuore dallo studio della Torah per sfida, gri­dando che pena per nulla dal momento che la Torah non lo protegge dai castighi.

«Non prendendo piacere nell’esprimere sentenze», vale a dire temendo d’aver inciampato nelle parole della Torah.

 

Maharal di Praga: Una volta chiarite le quarantotto cose grazie alle quali la Torah è ac­quisita, è opportuno esaminare il genere di studio che pratica la nostra generazione per sapere se queste quarantotto cose le si confanno o no. Ora, malgrado la nostra estrema e profonda debo­lezza, pensiamo di non avere per niente bisogno di tali elevate disposizioni, neppure di una sola d’esse, eppure i saggi della nostra generazione continuano a essere ritenuti tali e la nostra debo­lezza si suppone convertita in un profitto immenso. Mentre che, in verità, un tale profitto ci con­fina piuttosto nella miseria. È con angoscia e il cuore straziato che faccio questa constatazione, prostrandomi davanti ai piccoli e ai grandi del popolo d’Israele, e non mi credo affatto idoneo a criticare chicchessia, né dico che le cose che denuncio non possano trovarsi in me. Giacché, da parte mia, ho cominciato come loro o peggio ancora nel mio studio; e per questa ragione, ho potuto osservare l’ampiezza dell’indigenza che si trovava in me. Ecco perché posso affliggermi e lamentarmi a questo proposito, nella speranza che m’ascolteranno coloro che studiano onesta­mente, che hanno la forza di dominarsi come dei leoni nella Torah, di salire uno a uno i gradi della perfezione, al punto che tutti i saggi della generazione saranno considerati nulla al loro cospetto, e che non seguono la nostra consuetudine nefasta e amara di correre dietro a delle chimere finendo ingannati. Che faremo, alla fine dei tempi, quando ci presenteremo di fronte al re dei re di re, nella nudità e indigenza totale, nudità degli atti e indigenza d’ogni saggezza, co­me lo mostra la condotta di questa generazione? Giacché non uno di noi cerca di realizzare il suo insegnamento rivedendo il suo studio, che si tratti della Scrittura, della Mishnah o del Talmud. Peraltro, per quanto concerne la Mishnah, questo linguaggio neppure le s’addice; giacché la verità è che non le si presta alcuna attenzione, e nessuno si preoccupa delle parole dei saggi nel trattato Sinedrio (99a), quando a proposito del versetto: «Giacché ha disprezzato la parola di Dio e rovesciato la Sua alleanza» (Numeri, 15, 31), Rabbī Nathan dice: «Questo indica chi non custodisce la Mishnah». Ora, tale è per l’appunto la condotta di questa generazione, in cui non uno è pronto a un tale impegno, sotto pretesto che non si ritiene “saggio” che chi si dedica al Talmud, che è il luogo della discussione e della ricerca, il che ha l’effetto d’attirare il cuore dell’uomo e di destinare la Mishnah all’abbandono. Di chi agisce così si dice che disprezza la parola dell’Eterno, giacché “la parola dell’Eterno” indica il corpo dei comandamenti che è insegnato nella Mishnah. Chi non custodisce la Mishnah disprezza pertanto la Sua parola, giac-ché studia solo per la saggezza, ora ogni uomo per natura cerca di diventare saggio, ma non desidera conoscere in se stessi i comandamenti di Dio che costituiscono la Mishnah.

Per di più, il fatto di non ritornare sul proprio studio e di dimenticare l’indomani quanto appreso il giorno prima, è pure compreso nella sentenza: «Ha disprezzato la parola dell’Eterno», come stabilisce una braita (Sinedrio, 99a)[5]. S’insegna, infatti: «Rabbī Giosuè figlio di Koreha dice: Chi studia ma non rivede il suo studio assomiglia a un uomo che semina ma non raccoglie. Rabbī Giosuè dice: chi studia la Torah e poi la dimentica assomiglia a una donna che partorisce e poi seppellisce. Rabbī Akiba dice: Un canto ogni giorno, un canto ogni giorno. Rabbī Isacco dice: Che significa il versetto: “L’anima fatica, la sua fatica è per lui” (Proverbi, 16, 26)? Quan­do egli fatica nel tal luogo, la sua Torah fatica per lui in un altro luogo. Rabbī Eliezer dice: L’uomo è stato creato per faticare com’è detto: “L’uomo è nato per lo sforzo” (Giobbe, 5, 7)» […] Ora, che vogliono dire queste tanaim[6], così come quelli che li hanno preceduti, associando il versetto: «Ha disprezzato la parola dell’Eterno» al fatto di non rivedere il proprio studio, se non appunto che chi non lo facesse, e assomigliasse così a un uomo che semina ma non rac­coglie, “disprezza” in ciò “la parola dell’Eterno”? Giacché non v’è maggior disprezzo di quello dell’uomo che semina e abbandona il suo raccolto agli uccelli del cielo. Non v’è dubbio ch’egli disprezzi la semenza abbandonandola così, e lo stesso vale per colui che studia ma non rivede il suo insegnamento: egli disprezza la Torah. Questo è anche la ragione per cui Rabbī Giosuè pa­ragona chi studia la Torah e poi la dimentica a una donna che partorisce e poi seppellisce i suoi figli, nel caso in cui fin da principio il suo parto era destinato alla perdita e alla tomba; simil­mente, dimenticare il proprio studio equivale a destinare fin da principio tale studio all’oblio. In questo, egli disprezza evidentemente la parola dell’Eterno. Rifletti al paragone dei saggi tra chi non rivede il suo studio e chi semina ma non raccoglie. Esso significa che la ricezione dello studio assomiglia a una semina. Giacché al momento della semina della terra, il seme si perde dapprima nella terra, poiché vi si radica e tutto ciò che è legato alla terra le è simile. Non è che al momento del raccolto ch’egli separa e dissocia la semenza dalla terra, e non prima. In questo senso, l’uomo è simile alla terra in riferimento all’iniziale ricezione di saggezza; e poiché l’uomo è un corpo, la parola di saggezza si perde dapprima nel corpo che lo riceve. Chi non rivedesse il suo studio assomiglia dunque a colui che non raccogliesse la sua semenza perduta nella terra; la parola di Torah che ha ricevuto è, infatti, perduta nel corpo e non è ancora intelligibile, staccata dalla materia, giacché è un corpo che l’ha ricevuta. Ma quando ritorna sul suo studio, la parola si fa allora intelligibile e si distacca interamente dalla materia; e agendo così, assomiglia a colui che separa mietendo il raccolto dal suolo e lo disgiunge dalla terra. Cerca di capire bene questo.

E Rabbī Giosuè aggiunge che chi studia la Torah e poi la dimentica, assomiglia a una donna che partorisce e poi seppellisce i suoi figli. Significa così che il dimenticare la Torah non è una cosa di poco conto, giacché la Torah è una creazione divina dell’Eterno, proprio come la nascita di un bambino. E quando una donna partorisce e poi seppellisce, ella perde una creazione divina ed è una gran vergogna vedere una creazione divina perdersi ed essere distrutta. Similmente, co­lui che dimentica le parole della Torah assiste alla scomparsa di una creazione divina, e questo spettacolo è una gran vergogna. È questo la ragione per la quale i saggi hanno detto che chi dimentica una cosa del suo studio si rende colpevole nella sua anima (Cap. 3, Mishnah 8), giacché distrugge la divina Torah e la sua dimenticanza è considerata pari alla perdita e alla distruzione dell’anima divina che è nell’uomo. Ecco perché due tanaim pensano che ciò faccia parte della sentenza: «Ha disprezzato la parola dell’Eterno», giacché non ritornando sul proprio studio, si dimentica la propria Torah, il che dimostra un totale disprezzo.

Poi Rabbī Akiba aggiunge che bisogna rivedere il proprio studio, dicendo: «Un canto ogni giorno, un canto ogni giorno», vale a dire: anche se ha studiato un capitolo ieri, che lo ricominci oggi, e così di seguito tutti i giorni. Tale è il senso del versetto: «L’anima fatica, la sua fatica è per lui» (Proverbi, 26, 16), vale a dire la fatica che ha fatto [nella Torah gli rimarrà], come abbia­mo spiegato in precedenza a proposito della dichiarazione di Rabban Yohanan figlio di Zakkai: “Se hai molto studiato la Torah, non fartene un merito personale” (Cap. 2, Mishnah 8), giacché l’uomo è stato creato per lo sforzo, vale a dire far passare all’atto il dire della Torah. Così Rabbī Akiba dichiara: «Un canto ogni giorno», significando così che l’uomo deve faticare e far passa­re all’atto il dire della Torah; e anche se non scopre nulla di nuovo così facendo, che riveda le cose studiate ieri. Giacché la misura dell’uomo non può essere unicamente di vivere nello sforzo senza arrivare al fine [per cui è stato creato]: diventare perfetto in atto. E se l’uomo fosse già perfetto in atto, non rivelando ogni giorno qualcosa di nuovo nel suo studio mancherebbe al proprio fine che è d’essere effettivamente perfetto. Ma non succede così, giacché l’uomo non raggiunge la perfezione effettiva; e non gli rimane che lo sforzo della tensione verso la perfe­zione realizzata che non raggiunge mai. Per questo dichiara: «Un canto ogni giorno», giacché grazie a questo l’uomo fatica nel suo studio. Tale è il senso del versetto: «L’uomo è nato per lo sforzo» (Giobbe, 5, 7), come abbiamo spiegato in precedenza nel secondo capitolo, giacché l’uomo sempre rimane in potenza e non raggiunge mai il termine della perfezione in atto; resta dunque sempre aggiogato allo sforzo che è il suo, e queste cose sono estremamente chiare.

Tali erano le parole dei primi tanaim, il cui elevato grado di saggezza è senza pari, come Rabbī Giosuè e Rabbī Akiba. E sono loro che raccomandano di rivedere il suo studio ogni gior­no. Se si considera che coloro che si consumavano di lungimiranza, al punto che alcuna creatura al mondo è loro paragonabile, [insegnavano ad agire in tal modo,] non avremo più alcun dubbio che questa è proprio la causa della totale scomparsa della Torah nelle nostre regioni. Giacché anche presso le generazioni successive, e non solamente le generazioni dei Baaleh Tosaphot (XII-XIV secolo) ma anche le generazioni molto più tardive, la conoscenza della Torah è manifesta, tanto nei sei ordini della Mishnah che in tutto il Talmud, come emerge dalle loro risposte, in quanto forniscono delle prove a sostegno delle loro decisioni attinte in tutte le parti della Torah. La causa è che esse rivedevano incessantemente il loro insegnamento, e non smet­tevano mai di studiare, mattina, mezzogiorno e sera […]. Meglio ancora, realizzavano la Torah nel più grande disagio e sotto l’oppressione dei popoli; mentre noi, noi siamo pacificamente e silenziosamente seduti nelle nostre case, e quando un giudizio si presenta o una decisione nella pratica della Torah dev’essere presa, rovistiamo negli angoli e nei pertugi per trovare qualcosa, più di quanto faremmo per adempiere il comando di distruggere ogni pasta lievitata la veglia di Pasqua. […]

Se un uomo saggio avesse considerato il nostro costume, ne sarebbe stato sbalordito. Come l’Eterno abbia accresciuto le nostre piaghe e perso la saggezza dei nostri saggi, giacché siamo alla fine e non all’inizio! I tanaim, gli amoraim[7] e i gheonim[8], poi tutti coloro che succedettero, studiavano in modo ordinato, cominciando dalla Scrittura, studiando poi la Mishnah e poi il Talmud. Oggigiorno, si comincia con il Talmud, provvedendo così all’educazione di un bambi­no di sei o sette anni, e si finisce con la Mishnah. Non si cerca peraltro di studiare ma solamente di conoscere le regole da seguire già stabilite, come abbiamo detto, ed è la ragione per la quale si comincia con il Talmud e si finisce con la Mishnah. Avrebbero fatto meglio a riflettere che, poiché il loro scopo è di arrivare là, bisognerebbe perlomeno cominciare con lo studio della Mishnah, perché questa loro resti almeno alla fine. Giacché attualmente non resta loro più nien­te: né Talmud, né decisione fissa, né alcun insegnamento, se non dopo rastrellamento e scavo. La causa di questa grave distruzione è che la menzogna dall’inizio genera alla fine deformazio­ne e corruzione. Cominciano, infatti, con vani esercizi dialettici a delucidazione della regola da seguire, sapendo per certo che essi stessi mai avrebbero pensato di parlare in tal modo, e mo­strano degli aspetti della Torah che non vi si trovano, sostenendo che occorre affinare bene la mente. Ora, non solamente sarebbe stato auspicabile che venisse risparmiato al nostro popolo di dover affinare la mente con la menzogna, e di perdere così il proprio tempo nella menzogna quando la Torah è verità, ma occorrerebbe anche strapparsi il cuore davanti a un’attitudine simile, che consiste nel rovesciare la verità in menzogna sotto pretesto che occorre affinare la propria mente! Per di più, tutto ciò non vale nei fatti assolutamente nulla; giacché se la dialettica fallace assomigliasse alla dialettica vera, sarebbe stato possibile credere che, a seguito di questo genere d’inconsistenti esercizi, ci si eleverebbe alla vera dialettica. Ma non è per niente così, giacché non s’assomigliano assolutamente, tanto sotto il rapporto delle obiezioni quanto sotto quello delle risposte. Come si può credere d’affinare la propria mente con questo genere di eser­cizi e di saper poi ragionare veramente? È evidente, al contrario, che lungi dal diventare saggio così ci s’inebetisce; giacché si prende allora l’abitudine a una dialettica priva d’ogni saggezza, e giammai questa preparerà all’altra. Non è forse qualcosa che ciascuno può constatare? E se si pretendesse che la mente s’affina in ogni maniera, anche in questo modo e anche se questa fi­nezza non assomiglia a una vera dialettica, sarebbe meglio in questo caso apprendere la fale­gnameria o qualunque altro mestiere, o ancora l’umorismo che è noto per nascondere saggezza e ingegnosità, e affinare così la propria mente. Questo sarebbe più conveniente che ricercare degli aspetti della Torah che non corrispondono alla regola da seguire, «concepisce la pena e parto­risce la menzogna» (Salmi, 7, 5). Giacché quando l’uomo s’abitua alla menzogna di questo tipo, che è intenzionale e consapevole, tutti i suoi atti derivano di conseguenza dalla menzogna ed egli mente fin nei suoi gesti giacché la sua bocca ne ha preso l’abitudine. Come, infatti, la men­zogna potrebbe generare la verità? Così, tra le quarantotto cose grazie alle quali si acquisisce la Torah, è insegnato “l’amore per la rettitudine”, vale a dire l’allontanamento dalla menzogna, “stabilendo il proprio compagno nella verità”, il che implica perlomeno che ci si stabilisca per primi da se stessi; e tutte queste cose sono delle disposizioni buone e giuste. Ma esiste un’aber­razione come questa: distorcere le parole della Torah per affinare la propria mente con la dialet­tica e l’argomentazione che non assomigliano in niente a dei veri ragionamenti? A proposito di coloro interessati da questa domanda, applicherò il versetto: «Ho rimesso a loro (i.e. Babele e Achour) il giudizio ed essi ti giudicheranno secondo le loro leggi» (Ezechiele, 23, 24).

Ma voi, cari discepoli ai quali Dio ha dato un cuore comprensivo e una mente lungimirante, date la vostra forza alla Torah e non alle stranezze e alle menzogne. Pensate ai tempi ultimi, al­l’entità del salario delle genti della Torah. Perché dovreste spendere il vostro tempo in simili sciocchezze, perché faticare per delle cose vuote che non sono d’alcun beneficio? Come potre­ste credere che esista una retribuzione per questo genere di cose, quando in fondo a voi stessi sapete per certo che non è così? Non dovreste temere per le vostre anime davanti a quest’umi­liazione della Torah? Ma la vostra inclinazione oppure colui che v’insegna non vi facciano cre­dere che sia una buona cosa, giacché questa è una speranza vana. E chi impedirà che il salario di chi v’insegna non sia perso a causa delle sue carenze, se non peggio? Ho visto dei bambini il cui cuore era simile alla porta d’entrata del Tempio, capace di ricevere l’intera Torah e che finirono smarriti, come se non fossero mai esistiti, come il resto del volgo. Per la vita dell’Eterno, non ci si dovrebbero strappare i vestiti e dolere a questo spettacolo come davanti a un libro della Torah bruciato! I saggi dissero così (Shabbath, 105b): «Chi assiste all’uscita dell’anima dal corpo deve strapparsi le vesti», e Rashi spiega che la ragione di questo lutto [per uno sconosciuto] è che fino al presente aveva la forza di studiare la Torah, e questo s’è interrotto quando è morto. A maggior ragione, in questa generazione in cui assistiamo all’annullamento della Torah e alla sua perdita, ci si deve strappare i vestiti e dolere come davanti a un libro della Torah bruciato. Quanto a colui che s’allontanasse dalla via della menzogna e costringesse la sua persona e gli altri con lui a impegnarsi nel cammino della verità e della rettitudine, la Scrittura dice di lui: «Così parla l’Eterno: Se tu ritorni, Io ti farò ritornare, davanti a Me ti terrai; e se fai emergere il prezioso dal mediocre, sarai come la Mia bocca» (Geremia, 15, 19). E la Torah lo protegge in questo mondo e nel mondo a venire […].

Se dovessimo scrivere come si sono prodotti quest’insidia e quest’ostacolo alla nostra epoca, la vita non sarebbe sufficiente. Ma prometto questo: la cosa che non è e che non può reggersi, a maggior ragione non può permanere e lo scettro della menzogna non può prevalere sul destino della verità, che è la Torah di verità che l’Eterno ci ha dato. Giacché Egli farà sì che si raffor­zeranno le labbra veridiche per sempre, eternamente, e ci allevierà da coloro che “trasformano il giudizio in scoraggiamento” (Amos, 5, 7) e dicono che l’amaro è dolce. Amen.

[1] Pirqé deriva dalla parola “pereq” o “lezione”, giacché ogni capitolo è inteso come un unico insegna­mento, e Avot significa “padri”, siccome i sapienti del tempo della Mishnah furono chiamati “padri del mondo”, giacché venivano a essere i continuatori dei profeti dell’epoca biblica. Di conseguenza, Pirqé Avot si traduce come “Lezioni dei Padri” o “Trattato dei Padri”.

[2]Halakhah”, termine generico designante un insieme di discussioni, decisioni e prescrizioni chiama­te “giuridiche”, fissate dal Talmud, e che regolamentano la vita ebraica. “Halakhah” indica anche ogni particolare prescrizione.

[3] I commentatori celebri di questa Mishnah 6 sono due: Rabbī Salomone figlio di Isacco di Troyes, chiamato Rashi, vissuto a cavallo dell’XI e XII secolo, e Rabbī Judah Loew Betsalel, chiamati Maharal di Praga, vissuto nel XVI secolo.

[4] Parola che designa la “presenza reale” dell’Altissimo.

[5] Lezione esteriore; ogni insegnamento del tempo dei maestri della Mishnah, sebbene non espressa­mente riferito a questa.

[6] Sono i maestri (al singolare tana) del tempo della Mishnah, da tana (insegnare).

[7] Plurale di amora, che viene da amar (dire), in riferimento ai maestri del tempo della Ghemara (III-VI secolo).

[8] Plurale di gaon, che significa eminenza; i gheonim succedettero agli amoraim a capo delle accade­mie (yechivot) di Babilonia, e diressero il popolo ebraico fino all’inizio dell’epoca medioevale.