La Repubblica *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Nota dell’editore

Presentiamo un estratto de “La Repubblica”, opera nella quale Platone descrive la società perfetta, nella quale ogni essere svolge la funzione che meglio corrisponde alla sua natura interiore. In questa società lo Stato si divide in tre classi, vale a dire: i governanti, che hanno acquisito la saggezza, i guerrieri, caratterizzati dal coraggio, e i cittadini, che sono coloro che svolgono tutte le altre attività. Alla saggezza e al coraggio si aggiunge la temperanza, che accomuna tutte le classi e rappresenta un accordo tra governanti e governati su chi debba governare. La Giustizia comprende tutte queste virtù e si realizza quando ognuno svolge il suo compito. Con ciò si assicura l’unità dello Stato e l’efficienza dell’individuo.

Analogamente a come fa per lo Stato, Platone suddivide anche l’anima individuale in tre parti: la parte razionale, che ragiona, che domina gli impulsi e da cui deriva la saggezza; la parte irascibile, che determina il coraggio e lotta con la ragione per ciò che ritiene giusto; la parte concupiscente, che è la fonte di tutti i desideri corporei. Anche nell’individuo, la virtù che determina l’“accordo” tra le tre parti e porta alla preminenza della ragione è la temperanza. Dunque la giustizia si realizza parallelamente nell’individuo e nello Stato e rappresenta l’accordo completo tra individuo e comunità.

L’appartenenza dell’individuo a una classe piuttosto che a un’altra dipenderà dalla parte preponderante nell’anima. Gli individui in cui prevale la ragione saranno naturalmente portati a governare, quelli più impulsivi diverranno guerrieri e coloro maggiormente soggetti ai desideri corporali si occuperanno dei lavori più manuali.

In contrapposizione a questo Stato ideale Platone parla anche di quelli che appaiono conseguenza di un processo degenerativo, in ordine crescente di “corruzione”:

1. Timocrazia: basata sull’onore, governata da uomini ambiziosi e diffidenti verso i sapienti.

2. Oligarchia: fondata sul patrimonio, i suoi dirigenti sono uomini avidi di ricchezze.

3. Democrazia: l’autorità risiede nella decisione della maggioranza. Lo Stato è costituito da cittadini che operano ognuno secondo il proprio volere, favorendo il caos. Gli uomini si abbandonano alle proprie passioni.

4. Tirannia: la forma di Stato peggiore, poiché i governanti devono circondarsi di persone esecrabili per difendersi dall’odio dei cittadini. L’uomo tirannico è schiavo dei vizi.

Lasciamo al lettore ogni possibile raffronto con la situazione attuale della nostra società.

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Libro II

Il discorso di Socrate sulla giustizia politica e sulla sua origine

Si deve partire dalla giustizia politica, in quanto amplificazione di quella dell’anima

E io, che da sempre nutrivo una particolare ammirazione per il temperamento di Glaucone e di Adimanto, anche in quella occasione ebbi modo di rallegrarmi e dissi: «O figli di tanto uomo, non sbagliava l’amante di Glaucone a incominciare l’elegia a voi dedicata, per celebrare le vostre imprese nella battaglia di Megara con queste parole: figli di Aristone, discendenza divina di un inclito eroe».

«Cari amici, mi sembra che ciò sia proprio ben detto. Effettivamente, in voi deve esserci un che di divino, se non vi siete lasciati persuadere che l’ingiustizia è meglio della giustizia, pur essendo capaci di fare dell’ingiustizia una tale difesa. E io sono sicuro che non vi siete lasciati convincere, traendo questa mia certezza più che altro dal vostro comportamento, perché se dovessi attenermi a quanto dite avrei poco da fidarmi di voi. E tuttavia, quanto maggiore è la fiducia che ripongo in voi, tanto più sono in dubbio sul da farsi. Infatti, da un lato non ho un mezzo per aiutarvi e non mi sento all’altezza di questo compito – prova ne è che quello che ho detto contro Trasimaco e che pur credevo bastasse a provare la superiorità della giustizia sull’ingiustizia non vi ha soddisfatto –, dall’altro non mi è possibile lasciarvi senza aiuto. Temo infatti che non sia lecito assistere alla diffamazione della virtù e arrendersi senza portarle soccorso, finché si abbia un filo di voce per parlare e un alito di vita. La soluzione migliore mi pare dunque quella di venirle in aiuto coi mezzi di cui dispongo».

A questo punto Glaucone e tutti gli altri mi supplicarono in ogni modo di non sottrarmi alla discussione, ma di indagare sia quel che giustizia e ingiustizia effettivamente sono, sia da che parte sta la verità nel discorso che riguarda la loro utilità.

Espressi pertanto il mio punto di vista in questi termini: «La ricerca che intraprendiamo non è impresa da poco, e mi pare proprio che necessiti di una vista penetrante. Ora – seguitai –, poiché noi non siamo all’altezza di tale compito, mi pare che la ricerca debba essere impostata come se a persone deboli di vista si volessero far leggere, a grande distanza, parole scritte in caratteri minuti finché a un certo punto a qualcuno non venisse in mente che le stesse parole comparivano anche in altro luogo in scrittura più grande e su uno spazio maggiore. Direi proprio che costui riterrebbe un vero e proprio colpo di fortuna poter leggere prima quelle parole e poi andare a controllare quelle più piccole, per vedere se per caso non siano le stesse».

«Senz’altro – riconobbe Adimanto –. Ma, caro Socrate, nella ricerca sul giusto qual è quella realtà analoga a cui tu potresti guardare?».

«Te lo dirò – risposi –. Non affermiamo forse che esiste una giustizia del singolo uomo e una giustizia dello Stato intero?».

«Indubbiamente», disse.

«E lo Stato non è forse più grande del singolo uomo?».

«È più grande», ammise.

«È quindi verosimile che nella realtà più grande si trovi anche più giustizia, e che sia più facile metterne a fuoco i caratteri. Pertanto, se non avete nulla in contrario, per prima cosa cercheremo nello Stato che cosa essa sia e poi, allo stesso modo la cercheremo anche in ogni singolo individuo per vedere se nell’ordine delle cose più piccole c’è qualcosa che le rende simili a quelle più grandi».

Il fatto che nessun uomo sia autosufficiente ha determinato l’origine dello Stato

«Mi sembra che tu dica bene», osservò.

«Allora – continuai –, se col ragionamento seguissimo lo Stato nel momento in cui si forma, non assisteremmo forse anche al sorgere della sua giustizia e della sua ingiustizia?».

«È probabile», rispose.

«E se ciò avvenisse non potremmo anche sperare di cogliere con più facilità l’oggetto della nostra ricerca?».

«Senz’altro».

«Credete, dunque, che sia il caso di mettere mano a questa impresa, anche se a mio giudizio non si prospetta affatto facile? Però vedete un po’ voi».

E Adimanto: «Si è già visto. Fa’ quello che hai detto e nient’altro».

«Secondo me – incominciai –, lo Stato si forma perché caso vuole che nessuno di noi basti a se stesso, privo com’è di molte cose. O credi che ci sia qualche altro principio a fondamento dello Stato?».

«Nessun altro», rispose.

«Cosi, prendendo l’uno dall’altro, ora per una necessità ora per un’altra, dato appunto che i bisogni son più d’uno, in molti, accomunati da un rapporto di mutuo soccorso, finimmo per radunarci in un solo luogo di residenza, e a tale luogo abbiamo posto il nome di Stato. O non è vero?».

«Certo».

«E negli scambi non è forse vero che l’uno fa partecipe l’altro del suo, oppure prende dall’altro, ritenendo che ciò sia per quanto lo riguarda il comportamento migliore?».

«Esattamente».

«Orbene – ripresi – progettiamo un modello teorico di una Città a partire dalle sue fondamenta; e, come appare chiaro, a costruire questa Città saranno proprio i nostri bisogni».

«Come no?».

La divisione del lavoro garantisce la soddisfazione dei bisogni primari e il rispetto delle inclinazioni naturali

«Ma il primo e fondamentale bisogno è quello di procurarsi il cibo allo scopo di poter mantenersi in vita».

«Non c’è ombra di dubbio».

«Poi ci sarà necessità di una casa, e poi ancora di vestiti e di altri beni analoghi».

«È così».

«Ebbene – domandai – come può una Città sopperire a un tal complesso di bisogni? Non sarà che uno dovrà esser contadino, uno muratore, e uno tessitore? E perché non aggiungervi anche un calzolaio, o qualcun altro che soddisfi i rimanenti bisogni del corpo?».

«Certamente».

«Pertanto la Città, come minimo, dovrà contare almeno quattro o cinque cittadini».

«Sembra di sì».

«E allora, dovrà ciascuno di questi mettere il proprio lavoro al servizio di tutti gli altri (ad esempio, un solo cittadino che fa l’agricoltore dovrà produrre cibo per quattro e dedicare il quadruplo del tempo e della fatica per la preparazione del cibo da condividere con gli altri), oppure disinteressandosi di loro, produrre, in un quarto del tempo, solo la quarta parte del cibo – quella necessaria al proprio fabbisogno – e destinare gli altri tre quarti alla preparazione della casa, del vestito, delle calzature, onde evitare gli obblighi del vivere in comune, producendo da sé solo le cose che gli servono?».

E Adimanto rispose: «Forse, Socrate, il primo sistema è più semplice del secondo».

«Per Zeus! – esclamai –. Non c’è niente di strano. In effetti, mentre tu rispondevi, consideravo tra me e me che in primo luogo nessuno nasce identico all’altro, ma con la natura diversa che si ritrova, ognuno assolve a un ruolo diverso dall’altro. Non sembra anche a te?».

«Sì».

«E allora, un solo individuo farà meglio quando esercita molti mestieri, o quando ne esercita soltanto uno?».

«Quando ne esercita uno solo», rispose lui.
«Però io ritengo anche evidente che se si lascia passare il tempo giusto per una certa attività, questa risulta compromessa».

«È chiaro».

«Non penso, infatti, che l’opera sia disposta ad aspettare i comodi di chi la compie, ma, all’opposto, che sia chi la compie a dover tener dietro a essa, non come si trattasse di un semplice passatempo».

«Per forza».

«Ecco allora che ogni attività risulta più fruttuosa, più bella e anche più agevole, se viene compiuta da sola e da un solo individuo, in conformità alla sua natura, al momento opportuno, e in assenza di altri impegni».

«Certamente».

La classe degli artigiani, contadini e mercanti

La formazione della classe dei contadini, degli artigiani e dei mercanti

«E allora, Adimanto, servono più di quattro cittadini per procurare le cose che dicevamo. In effetti, a quanto pare, il contadino non può farsi da sé l’aratro, se si vuol che sia un buon aratro, e neppure il bidente e neanche tutti gli altri strumenti che sono necessari all’agricoltura. Lo stesso vale per il muratore, dato che anche a lui servono parecchi strumenti; e altrettanto dicasi per il tessitore e il calzolaio. Non è vero?».

«È vero».

«Pertanto, falegnami, fabbri e molti altri artigiani della stessa specie, quando entrino a far parte del nostro piccolo Stato, costituiscono un primo agglomerato».

«Certamente».

«E poi non sarebbe neppure esagerato se a questi aggiungessimo i guardiani dei buoi e delle pecore, e tutti gli altri addetti alla pastorizia, per dar modo ai contadini di disporre dei buoi per arare, ai muratori e agli agricoltori degli animali da soma per il trasporto del materiale, ai tessitori e ai calzolai rispettivamente delle lane e del cuoio».

«Sarebbe già di dimensioni ragguardevoli una Città che disponesse di tutto questo», osservò.

«Ma non basta – aggiunsi io –; fondare una Città in un luogo in cui si possa fare a meno di importazioni, è pressoché impossibile».

«Decisamente impossibile».

«Ci vorranno allora altri cittadini, che da Città diverse importino quel che manca».

«Sono necessari».

«Ma se il nostro incaricato si presentasse a loro a mani vuote, non portando nulla di ciò che serve a quelli dai quali intendiamo importare il nostro fabbisogno, se ne tornerebbe ancora a mani vuote. O non è così?».

«Direi proprio di sì».

«Allora i prodotti dovranno essere non solo bastanti al fabbisogno dei cittadini, ma anche di qualità e quantità sufficienti per soddisfare quelli di cui i medesimi cittadini avranno bisogno».

«È necessario».

«Dunque alla nostra Città servirà un numero ancora maggiore di agricoltori e di operai».

«Sì, un numero ancora maggiore».

«E pertanto, anche altre persone addette all’importazione e all’esportazione, ossia di commercianti. Non è così?».

«Sì».

«Ci serviranno, dunque, anche i commercianti».

«Altro che!».

«E se gli scambi avvengono per mare, ci sarà pur bisogno di un gruppo consistente di esperti nell’attività cantieristica».

«Si, di un bel gruppo».

«Ma, nei limiti della nostra Città come faranno i singoli cittadini a scambiarsi le merci, tenuto conto che proprio per questo abbiamo dato corpo a una società e fondato uno Stato?».

«È evidente – rispose Adimanto –, vendendo e comprando».

L’istituzione della classe dei commercianti al minuto e dei salariati

«Ci vorrà allora una piazza per il mercato e una moneta che certifichi lo scambio».

«Senza dubbio».

«E se poi un contadino, o qualche altro artigiano non portasse al mercato un certo suo prodotto, nel momento in cui ci sono i suoi acquirenti, dovrà forse disertare il lavoro, standosene in piazza a far nulla?».

«Niente affatto – osservò lui –, piuttosto ci saranno degli addetti – e di solito nelle Città meglio organizzate sono gli individui più deboli di fisico e inabili a tutti gli altri lavori – che, vedendo ciò, assolveranno a tal compito: ossia, essendo tenuti a restare nei pressi del mercato, talora compreranno con moneta sonante da quelli che hanno bisogno di vendere qualcosa, tal altra venderanno sempre per denaro contante a chi deve acquistare».

«Ecco allora – notai – che questo servizio darebbe luogo nella nostra Città alla professione dei commercianti al minuto. O non è proprio questo il nome che diamo a coloro che stanno fissi nella piazza del mercato a esercitare le operazioni di compravendita, mentre chiamiamo mercanti quelli che si trasferiscono di città in città?».

«Esattamente».

«Ma direi che ci sono anche degli altri prestatori d’opera, i quali, pur non essendo del tutto idonei alla nostra comunità per quanto concerne le doti intellettuali, hanno tuttavia un sufficiente vigore fisico per reggere ai lavori pesanti. Costoro, dal momento che offrono una forza lavoro il cui valore prende il nome di salario, sono chiamati, se non erro, salariati. O non è vero?».

«Senza dubbio».

«Allora si direbbe che questi salariati vengano a completare la Città».

«Sembra anche a me».

«E dunque, Adimanto, la nostra Città si è già sviluppata al punto tale da essere perfetta?».

«Può darsi».

La frugalità dei cittadini in una società dai sani costumi

«E allora che posto vi occupano, a parer tuo, la giustizia e l’ingiustizia? E in quale delle componenti da noi considerate si è manifestata?».

«Caro Socrate, non saprei proprio – mi rispose –, a meno che non si sia sviluppata in un certo uso di scambiarsi i prodotti».

«Forse – dissi – hai ragione. In ogni caso si deve por mano alla ricerca e non darsi per vinti. Per prima cosa, dunque, dobbiamo considerare come potrebbe vivere la gente così organizzata. Quale altro impegno ha se non quello di produrre pane, vino, abiti e calzature? Questi edificheranno le loro abitazioni, e svolgeranno i loro mestieri, d’estate seminudi e senza scarpe, d’inverno vestiti e calzati quanto occorre. Si alimenteranno preparando farina d’orzo e di frumento, in parte cuocendola e in parte impastandola, facendo focacce deliziose e pani esposti su canne e su foglie pulite. Loro stessi e i loro figli, sdraiati su letti fatti da uno strato di mirto e smilace, banchetteranno, brindando a vino, mentre, inghirlandati, leveranno inni agli dèi, in sintonia di cuore, non generando più figli di quanto le risorse permettano e sforzandosi di evitare la povertà e la guerra».
A tal punto s’intromise Glaucone dicendo: «A quanto sembra i tuoi uomini li fai mangiare senza companatico».

«Hai ragione! – gli risposi –. Mi sono scordato che dovranno avere anche il companatico, vale a dire sale, olive e formaggio; si cucineranno anche cipolle e ortaggi vari, insomma tutte quelle verdure che si trovano in campagna. E per concludere il pasto serviranno loro anche fichi, ceci e fave; e arrostiranno alla brace bacche di mirto e ghiande, innaffiate dalla giusta dose di vino. Così trascorreranno la loro esistenza in pace e in buona salute, e come è prevedibile, moriranno avanti negli anni, comunicando ai loro eredi un’altra vita analoga a questa».

Dalla ricerca del lusso si origina una Città sproporzionata e malata

Ed egli: «Se tu allestissi una città di maiali, in quale modo li ingrasseresti se non con questo?».

«Va bene, Glaucone, ma allora di che cos’altro c’è bisogno?», gli domandai.

«Di quello che oggi è di moda – rispose –. Vorrei dire di giacigli per sdraiarsi, se qualcuno non vuol essere mal comodo, di tavoli per desinare, di quelle leccornie e prelibatezze di cui ai nostri giorni si gode».

«Finalmente ho capito – dissi –. A quanto pare, noi non vogliamo indagare sulla genesi di una semplice Città, bensì sulla formazione di una Città di lusso. Ma forse non è un’idea malvagia, perché, probabilmente, avendo questa come oggetto, non è escluso che si possano individuare come nascono negli Stati giustizia e ingiustizia. Comunque, a me pare che il vero Stato sia quello che abbiamo descritto perché è in buone condizioni di salute; ma se voi volete, potremmo esaminare anche una società che sia malata; nulla ce lo impedisce».

«Tutto quello che si è descritto, a quanto sembra, per alcuni non è sufficiente e neppure li accontenta il sistema di vita proposto. Costoro pretenderebbero in sovrappiù, giacigli, mense, e altri mobili; e poi ancora piatti prelibati, essenze, aromi, cortigiane, dolciumi, e ogni altra ricercatezza di tutti i tipi. E così il fabbisogno necessario non sarà più limitato a quello che si è detto prima, case, vestiti e sandali, ma bisognerà mobilitare anche l’arte della pittura e della decorazione, il possesso d’oro e d’avorio, e tutto il resto. O non è vero?».

«Sì», disse lui.

«Dunque, dovremo costruire una Città ancora più vasta. Quella sana ormai non è più grande abbastanza; la si dovrà riempire ancora di una quantità di cose e di persone che son presenti nelle Città, ma non in virtù del fatto che son necessarie. Intendo riferirmi a tutti i cacciatori, ai rappresentanti dell’arte imitativa – sia quei numerosi che si servono del disegno e del colore, sia quelli che si servono della musica –, ai poeti e a coloro che rappresentano le loro opere – rapsodi, attori, coreuti, impresari –; agli artigiani che producono oggetti per tutti gli usi, ma soprattutto per la cosmesi femminile. E così avremo un sempre maggior bisogno di gente a servizio. O non vorrai, per caso, che manchino pedagoghi, balie, nutrici, acconciatrici, barbieri, cuochi e macellai? Avremo anche una gran richiesta di porcari. Tutto ciò non trovava posto nella Città di prima, perché non ce n’era necessità; in questa, invece, non se ne potrebbe fare a meno. E poi, dato che c’è chi se ne ciba, occorreranno pure altri animali di allevamento, di tutte le razze. O non è vero?».

«Come no!».

«E di conseguenza, dato che viviamo in un modo siffatto, rispetto a prima crescerà, e di molto, il bisogno di medici».

«Certo, di molto».

«E così pure il territorio; quello che una volta bastava a nutrire i cittadini di prima, ora si è fatto insufficiente e non basta più. O non è cosi?».

«È cosi», ammise lui.

«Ecco quindi che saremo costretti a strappare una parte del territorio dei vicini, se vorremo avere abbastanza terreno da mettere a pascolo e a coltura? Ma, non è forse vero che anche i confinanti avrebbero bisogno dei nostri territori, quando come noi si abbandonassero a una smodata ricerca di ricchezze, andando oltre i limiti dello stretto necessario?».

«Per forza di cose, caro Socrate», disse.

«E a tal punto, faremo guerra contro di loro, o Glaucone? O come andrà a finire?».

«Proprio cosi», convenne.

«E non diciamo – seguitai – se la guerra abbia buone o cattive conseguenze, ma limitiamoci a costatare che essa trae origine proprio da quelle condizioni che, quando si verificano, sono altresì responsabili per le Città di mali pubblici privati».

«Sicuramente».

«Così, amico caro, ci servirà una Città più vasta, molto più vasta. Avremo bisogno di un intero esercito, che, difendendo le ricchezze di tutti, e i beni di cui si è parlato, vada ad affrontare gli aggressori».

«Perché – domandò – i suoi abitanti non sono sufficienti allo scopo?».

«E no – gli risposi –, se vale ancora quello che tu e noi abbiamo concordato allorché davamo forma alla Città. Se ben ti ricordi avevamo convenuto che non era possibile che un unico individuo facesse bene più di una professione».

La classe dei Custodi e i suoi modelli etici e religiosi

I Custodi devono avere caratteri in sé opposti: mitezza con i concittadini, aggressività coi nemici

«Dici il vero», ammise.

«E che? – seguitai –. L’esercizio della guerra non ti pare una professione?».

«E come!», disse.

«E si dovrebbe dar più importanza all’arte del calzolaio che a quella della guerra?».

«Certamente no».

«Però, al calzolaio avevamo impedito di fare il contadino, il tessitore e il muratore; solo l’arte del calzolaio poteva esercitare, così che il suo lavoro riuscisse alla perfezione. Secondo lo stesso criterio anche agli altri cittadini avevamo assegnato un mestiere per ognuno, quello per il quale ognuno aveva una naturale predisposizione. In tal modo, dedicandosi a questo lavoro e lasciando perdere tutti gli altri, e praticandolo per tutta la vita, ciascuno non si sarebbe lasciato sfuggire l’occasione di esercitarlo a regola d’arte».

«Ora il condurre le operazioni di guerra come si deve non è forse della massima importanza? O è un impresa così alla portata di tutti che anche un qualsiasi contadino potrebbe nel medesimo tempo fare il soldato? Oppure potrebbe farlo un calzolaio, o chiunque pratichi una qualche arte, quando perfino un giocatore di dama o di dadi non sarebbe mai esperto nel suo gioco se non vi si applicasse fin da bambino e a tempo pieno? O diresti che basta prendere in mano lo scudo o qualche altra arma o strumento bellico per essere lì per lì un veterano degli scontri con armi pesanti o degli altri tipi di guerra, quando nessun altro strumento ha il potere di rendere chi lo maneggia per la prima volta abile artefice o esperto praticante, e anzi non sarebbe di nessuna utilità se, caso per caso, non se ne fosse fatta esperienza, dedicandovi un sufficiente impegno?».

«Preziosi davvero dovrebbero essere siffatti strumenti!», esclamò.

«E dunque – ripresi –, quanto più impegnativo è il compito dei Custodi, tanto più disponibilità di tempo richiede rispetto alle altre opere e tanto più ha bisogno di una particolare perizia e cura».

«Lo credo bene», disse.

«E non necessita anche d’una natura predisposta a questo genere d’imprese?».

«Altro che!».

«A quanto pare il nostro compito, se mai ne saremo all’altezza, sarà di selezionare quelle determinate nature che siano adatte alla difesa della Città».

«Certo, sarà di nostra pertinenza».

«Per Zeus! – esclamai –. Non ci siamo certo addossati un’impresa da nulla! In ogni caso non ci si deve scoraggiare, almeno finché le forze ce lo concedono».

«No davvero», ribadì lui.

«Ebbene – seguitai –, credi che sia diverso un cucciolo di razza da un giovane di buona famiglia, per quanto concerne la capacità di far la guardia?».

«Che cosa intendi dire?».

«Che ambedue devono avere sensi acuti per avvertire la presenza del nemico, agilità nel braccarlo una volta che l’abbiano scovato, e infine forza per lottare quando lo si sia preso».

«Certo – ammise Glaucone –, questi sono tutti requisiti necessari».

«E poi dev’esser anche coraggioso, se ha da combattere come si deve».

«Come no?».

«E un cane, un cavallo, qualsiasi essere vivente potrà mai essere coraggioso se non ha anche istinto aggressivo? Non hai notato come questo istinto sia una forza irresistibile e invincibile, e come, grazie a esso, ogni anima affronti senza paura qualsiasi pericolo e ne esca vittoriosa?».

«Sì l’ho notato».

«A tal punto, dunque, sono manifeste le caratteristiche fisiche che un guardiano deve possedere».

«Sì».

«E anche, per quanto concerne l’anima, è chiaro che essa debba avere un carattere irascibile».

«È vero anche questo».

«E allora, Glaucone – osservai –, come potranno uomini dotati di una tal indole non avere fra loro e con gli altri cittadini comportamenti aggressivi».

«Per Zeus! – esclamò –. Non sarà facile evitarlo!».

«E tuttavia è necessario che essi siano affabili con loro e duri coi nemici, altrimenti non dovranno neanche aspettare che altri si prendano la briga di annientarli: faran prima loro ad autodistruggersi».

«È vero», ammise.

«E allora – domandai – che ci resta da fare? Dove troveremo un carattere mite e a un tempo aggressivo, dato che la mansuetudine è l’esatto opposto dell’aggressività?».

«Questo è certo».

«E tuttavia, non si avrebbe un buon guardiano se uno dei due caratteri facesse difetto. Ora, siccome ciò, al limite, è impossibile, ne consegue che è parimenti impossibile che esista un buon guardiano».

«È un rischio, in effetti», ammise lui.

E io dopo un primo momento di sbandamento, riflettendo su quello che s’era detto prima, mi rivolsi a lui in questi termini: «Ce lo siamo proprio meritato, caro mio, questo momento di sbandamento; abbiamo infatti perso di vista il modello che ei eravamo proposti».

«E cioè?».

«Non ci ha neppur sfiorato l’idea che in realtà possano esistere delle nature con caratteri fra lato opposti, e anzi lo ritenevamo impossibile».

«E dove sarebbero?».

«Per quanto siano visibili anche in altri animali, esse sono particolarmente evidenti in quello che avevamo paragonato al guardiano. Saprai certamente che questo è proprio il carattere innato dei cani di buona razza, i quali verso i membri della famiglia e le persone conosciute sono di una straordinaria socievolezza, invece, con gli sconosciuti sono tutto il contrario».

«Lo so».

«Allora – conclusi io –, quel che diciamo è possibile e non è poi così assurdo il porsi alla ricerca di un siffatto guardiano».

«Sembra di no».

L’attitudine filosofica dei Custodi sta nel distinguere gli amici dai nemici solo sulla base della conoscenza

«Sei convinto ora che chi vorrà essere custode avrà bisogno anche di quest’altra dote, vale a dire dovrà aggiungere all’istinto aggressivo anche una certa attitudine filosofica?».

«E come mai? – chiese lui –. Non capisco».

«Anche questo – seguitai – puoi notarlo nei cani, e, trattandosi di animali, è un fatto davvero straordinario».

«Che cosa?».

«Che se avvista uno sconosciuto gli si dimostra ostile, anche se da lui non ha ricevuto alcun male; se invece scorge uno che conosce, gli fa festa, pur non avendo mai ricevuto da lui alcun bene. O non ti ha mai colpito questa particolarità?».

«Finora – rispose – non ci avevo mai badato molto, però il suo comportamento risulta essere proprio questo».

«Per la verità, questa sua predisposizione si direbbe davvero bella oltreché autenticamente filosofica».

«In che senso?».

«In tale senso – precisai –: egli distingue un volto amico o nemico ricorrendo a nessun altro criterio se non a quello del conoscere o del non conoscere. E a questo punto come non potrebbe essere amante dello studio chi definisce gli amici e i nemici sulla base della conoscenza e dell’ignoranza?».

«Non può essere che così», ammise.

«Ma l’amore per lo studio non s’identifica forse con l’amore per il sapere, ossia con la filosofia?».

«È la stessa cosa», disse.

«E dunque non si abbiano più remore a estendere queste conclusioni anche all’uomo: se egli vorrà essere socievole con i conoscenti e i familiari, dovrà essere naturalmente predisposto allo studio e amante del sapere, ‘cioè filosofo’».

«Estendiamole pure», disse.

«Allora il guardiano della Città, per essere davvero irreprensibile dovrà, a nostro giudizio, essere per natura filosofo, istintivamente aggressivo, e poi anche veloce e forte».

«Non c’è dubbio», ammise.

La presenza della musica e della poesia nell’educazione dei Custodi

«Poniamo, dunque, che esista un individuo siffatto. Ebbene, secondo quali criteri educheremo e alleveremo un tal tipo di uomo? E forse questa particolare ricerca potrebbe tornarci utile anche in vista dell’oggetto generale della nostra indagine, ossia la giustizia e l’ingiustizia e il modo in cui si generano nello Stato. Così, da un lato non trascureremo un argomento che è di rilievo, e dall’altro non lo tireremo troppo per le lunghe».

A questo punto intervenne il fratello di Glaucone: «Non ho alcun dubbio sul fatto che questa ricerca ci agevolerà nella nostra impresa».

«Per Zeus, caro Adimanto – esclamai –, non lasciamocela scappare di mano neppure se dovesse essere alquanto lunga!».

«No assolutamente».

«Dunque, facciamo come in un mito narrato per immagini, prendiamoci il tempo necessario, e a forza di ragionamenti diamo un’educazione a questi uomini».

«È proprio necessario».

«Già, ma quale educazione? Non sarà forse tutt’altro che facile escogitarne una migliore di quella scoperta ormai da tempo immemorabile? Mi riferisco alla ginnastica per il corpo e alla musica per l’anima».

«È così, infatti».

«E, nella nostra educazione, non prenderemo le mosse dalla musica, piuttosto che dalla ginnastica?».

«Come no?».

«E nella musica – seguitai – includi anche il genere letterario, oppure no?».

«Io sì».

«E non diresti che questo genere sia duplice: da un lato la letteratura che ha per oggetto la verità, dall’altro quello che ha per oggetto la finzione?».

«Certamente».

«E si dovrà istruire sia nell’una che nell’altra, o si dovrà partire con quella che ha per oggetto la finzione?».

«Non capisco che cosa intendi dire», obiettò.

«Non ti rendi conto – gli spiegai – che ai bambini da principio noi raccontiamo favole? E queste, per dirla giusta, non sono altro che ingannevoli finzioni, che però racchiudono in sé una parte di vero. Così noi, rivolgendoci ai giovanetti ricorriamo alla favola prima ancora che alla ginnastica».

«È giusto».

«Per questo sostenevo che la musica va affrontata prima della ginnastica».

«Ed è esatto», ammise lui.

Necessità di un controllo sui modelli fantastici proposti ai fanciulli, in ragione del loro valore educativo

«E poi non sai che in ogni cosa, e specialmente quando si abbia a che fare con esseri ancora giovani e immaturi, ciò che più conta è l’inizio, perché proprio questo è il momento ideale per plasmarli e per foggiarli secondo l’impronta che a ciascuno di essi si vuol dare?».

«Esattamente».

«Allora concederemo, così, a cuor leggero che i giovani ascoltino dal primo venuto favole inventate, non importa come, e che accolgano nell’anima principi addirittura opposti rispetto a quelli che, a nostro giudizio, dovrebbero condividere, una volta fattisi adulti?».

«Non lo permetteremo assolutamente».

«Dunque, a quanto pare, la prima cosa da fare è tener d’occhio gli ideatori delle favole: quando ne inventassero una bella la approveremmo, in caso contrario la scarteremmo. E poi ci toccherà far opera di convinzione presso le madri e le nutrici, perché raccontino ai loro piccoli le favole ammesse, in modo da plasmare con esse le loro anime, molto più che, con le mani, i loro corpi. Invece, delle favole che oggi si raccontano, parecchie sarebbero da buttare».

«Di quali parli?», chiese.

«Nelle grandi favole – dissi – noi potremo vedere incluse anche le piccole, perché, per forza di cose, sia le une che le altre vengono dalla stessa matrice e causano i medesimi effetti. O non sei di questo avviso?».

«Sarà – ammise lui –, però non capisco che cosa intendi per favole maggiori».

Il carattere decettivo della mitologia poetica e la necessità di emendarla secondo un criterio morale

«Quelle – risposi – che Esiodo, Omero e gli altri poeti ci hanno raccontato. Sono loro gli inventori di questi miti fantasiosi, e ancora loro li hanno propagati e tuttora li propagano alla gente».

«E quali miti in particolare hai di mira e per quali motivi?».

E io risposi: «Questa accusa va loro addebitata, ed essa è la più grave e la più pesante, tanto più se uno non sa inventare come dovrebbe».

«Di che si tratta?».

«Quando uno nel descrivere la natura degli eroi e degli dèi, la raffigura in maniera errata, come se un pittore dipingesse immagini per niente simili al modello che ha in mente».

«È giusto – ammise – il rimprovero che muovi a tali azioni. Ma quali miti dovremmo raccontare e in che modo?».

«In primo luogo – incominciai a dire –, l’inganno più grave, perché rivolto a temi della massima gravità, lo fece chi – fra l’altro mentendo malamente – ascrisse a Urano quel comportamento che Esiodo gli aveva attribuito, e a Crono la responsabilità di averlo punito. Ma, posto pure che quel che fece Crono e quello che ebbe a subire dal figlio fosse vero, non direi proprio che sia materia da doversi senza problemi raccontare a giovani ancora immaturi. Penserei, anzi, che andrebbe, in linea di massima, tenuto segreto, e se proprio non si potesse fare a meno di dirlo, che andrebbe riferito sotto il vincolo del silenzio a pochissimi ascoltatori, dopo aver immolato non dico un maiale, ma un qualche animale possente e raro, così da restringere ancor più il numero dei possibili uditori».

«Effettivamente – riconobbe – questi sono discorsi scabrosi».

«E nella nostra Città – aggiunsi – non andranno fatti, caro Adimanto. E tanto meno andranno riferiti a un giovane, perché in tal modo egli si sentirebbe ripetere che non c’è nessuno scandalo a commettere iniquità, anche le più gravi, e che neppure ce ne sarebbe a punire con qualsiasi mezzo il proprio padre quando le abbia commesse, perché in tali casi non farebbe che seguire l’esempio dei primi e sommi dèi».

«No, per Zeus – esclamò –, neppure a me sembrano discorsi da fare».

«E poi – ripresi – se davvero vogliamo che i futuri Custodi della Città ritengano assolutamente negativo l’azzuffarsi fra loro per futili motivi non bisogna neppur sostenere – anche perché il fatto non corrisponde a verità – che gli dèi si combattono e tramano l’uno contro l’altro, alimentando reciproche contese. E inoltre facciamo di tutto per evitare a loro racconti o rappresentazioni di gigantomachie, o di episodi in cui dèi o eroi si dimostrano ostili ai propri congiunti o parenti; se invece in qualche misura volessimo inculcare l’idea che mai nessun cittadino ha avuto motivi di attrito con un altro cittadino, perché ciò sarebbe un’azione illecita, toccherebbe ai vecchi e alle vecchie il compito di dire ciò fin dall’inizio ai bambini. E poi, quando i giovani si sian fatti adulti, toccherebbe ai poeti creare racconti dello stesso tenore. E le catene di Era impostele dal figlio, e l’episodio di Efesto precipitato dal padre, mentre accorre in difesa della madre percossa, e anche le battaglie fra dèi inventate da Omero, non devono avere posto nel nostro Stato, né se sian fatte in senso allegorico, né se non lo siano. In effetti i giovani non sono in grado di distinguere il significato allegorico da quello letterale, e d’altra parte l’opinione che si fa a quella età, risulta poi immodificabile e difficile da correggersi. Per questo motivo, sarebbe della massima importanza che i primi racconti che recepiscono siano finalizzati alla virtù, quanto meglio è possibile».

 

* Platone, La Repubblica. Estratto dal libro II, cfr. traduzione di Giovanni Reali, Rusconi 1991.

Platone

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