L’essere e l’ambiente *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

René Guénon

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Nella natura individuale di ogni essere, vi sono due elementi d’ordine diverso, che è opportuno distinguere chiaramente, indicando nel contempo i loro rapporti nel modo più preciso possibile: infatti, questa natura individuale procede in primo luogo da ciò che l’essere è in se stesso, e che rappresenta il suo lato interiore e attivo, e poi, secondariamente, dall’insieme delle influenze dell’ambiente in cui esso si manifesta, che rappresenta il suo lato esteriore e passivo. Per capire in che modo la costituzione dell’individualità (e dev’essere chiaro che qui si tratta dell’individualità integrale, di cui la modalità corporea è solo la parte più esteriore) sia determinata dall’azione del primo di questi due elementi sul secondo, o, in termini alchemici, in che modo il Sale risulti dall’azione dello Zolfo sul Mercurio, possiamo servirci della rappresentazione geometrica alla quale abbiamo appena fatto allusione parlando del raggio luminoso e del suo piano di riflessione [1]; e, a tal fine, dobbiamo riferire il primo elemento al senso verticale, e il secondo al senso orizzontale. Infatti, la verticale rappresenta allora ciò che unisce tra loro tutti gli stati di manifestazione di un medesimo essere, e che necessariamente è l’espressione di questo stesso essere, o, se si vuole, della sua “personalità”, la proiezione diretta mediante la quale essa si riflette in tutti gli stati, mentre il piano orizzontale rappresenterà il dominio di un certo stato di manifestazione, inteso qui in senso “macrocosmico”; di conseguenza, la manifestazione dell’essere in tale stato sarà determinata dall’intersezione della verticale considerata con questo piano orizzontale.

Date queste premesse, è evidente che il punto d’intersezione non è qualunque, ma che è anch’esso determinato dalla verticale in questione, in quanto essa si distingue da ogni altra verticale, cioè, in fin dei conti, dal fatto che questo essere è quel che è, e non quel che è un qualsiasi altro essere che pure si manifesta nel medesimo stato. In altri termini, potremmo dire che è l’essere, per sua natura, a determinare le condizioni della sua manifestazione, con la riserva, ben inteso, che tali condizioni non potranno in ogni caso essere che una specificazione delle condizioni generali dello stato considerato, dal momento che la sua manifestazione deve necessariamente costituire uno sviluppo di possibilità contenute in tale stato, a esclusione di quelle che appartengono ad altri stati; e questa riserva è indicata geometricamente dalla previa determinazione del piano orizzontale.

L’essere si manifesterà quindi rivestendosi, per così dire, di elementi presi dall’ambiente, e la cui “cristallizzazione” sarà determinata dall’azione, su tale ambiente, della sua natura interna (che, in se stessa, dev’essere considerata di ordine essenzialmente sopra-individuale, come sta a indicare il senso verticale secondo cui si esercita la sua azione); nel caso dello stato individuale umano, questi elementi appartengono naturalmente alle diverse modalità di tale stato, cioè sia all’ordine corporeo sia all’ordine sottile o psichico. Questo punto è particolarmente importante per evitare certe difficoltà che sono dovute soltanto a concezioni erronee o incomplete: infatti, se ad esempio traduciamo quanto detto più specificamente in termini di “eredità”, potremo dire che esiste non soltanto un’eredità fisiologica, ma anche un’eredità psichica, che si esplicano entrambe esattamente nello stesso modo, ossia con la presenza, nella costituzione dell’individuo, di elementi presi dal particolare ambiente in cui è avvenuta la sua nascita. Ora, in Occidente, taluni si rifiutano d’ammettere l’eredità psichica, perché, non conoscendo nulla che vada oltre il dominio al quale essa si riferisce, credono che tale dominio debba essere quello proprio all’essere preso in se stesso, quello che rappresenta ciò ch’esso è indipendentemente da qualsiasi influenza dell’ambiente. Altri, che invece ammettono questa eredità, credono di poterne concludere che l’essere, in tutto ciò ch’esso è, sia interamente determinato dall’ambiente, che non sia niente di più né di diverso da ciò che questo lo fa essere, perché nemmeno costoro concepiscono qualcosa al di fuori dell’insieme dei domini corporeo e psichico. Si tratta insomma di due errori in qualche modo opposti, ma che hanno una sola e identica origine: gli uni e gli altri riducono l’intero essere alla sua sola manifestazione individuale, e ignorano allo stesso modo ogni principio trascendente rispetto a questa. Alla base di tutte queste concezioni moderne dell’essere umano, sta sempre l’idea della dualità cartesiana “corpo-anima” [2], che, di fatto, equivale in modo puro e semplice alla dualità di fisiologico e psichico, indebitamente considerata come irriducibile, in certo modo ultima, e come comprensiva di tutto l’essere nei suoi due termini, mentre in realtà questi ultimi rappresentano solo gli aspetti superficiali ed esteriori dell’essere manifestato, e non sono che semplici modalità appartenenti a un solo e stesso grado di esistenza, quello raffigurato dal piano orizzontale che abbiamo considerato, sicché l’uno non è meno contingente dell’altro, e l’essere vero si trova al di là di entrambi.

Tornando all’eredità, dobbiamo dire ch’essa non esprime integralmente le influenze dell’ambiente sull’individuo, ma ne costituisce solo la parte più immediatamente percepibile; in realtà, queste influenze si estendono molto più lontano, e potremmo anzi dire, senza alcuna esagerazione e in modo letteralmente esatto, che si estendono indefinitamente in tutte le direzioni. Infatti, l’ambiente cosmico, che è il dominio dello stato di manifestazione considerato, può essere concepito soltanto come un insieme le cui parti siano tutte legate tra loro, senza alcuna soluzione di continuità, giacché concepirlo diversamente significherebbe presupporvi un “vuoto”, laddove quest’ultimo, non essendo una possibilità di manifestazione, non potrebbe in alcun modo trovarvi posto [3]. Di conseguenza, devono necessariamente esservi relazioni, cioè in fondo azioni e reazioni reciproche, fra tutti gli esseri individuali manifestati in tale dominio, sia simultaneamente, sia successivamente [4]; dal più vicino al più lontano (e ciò va inteso nel tempo quanto nello spazio), in definitiva è solo questione di differenza di proporzioni o di gradi, dimodoché l’eredità, quale che possa essere la sua importanza relativa rispetto a tutto il resto, non vi appare più che come un semplice caso particolare.

In ogni caso, si tratti d’influenze ereditarie o altro, quel che abbiamo detto all’inizio rimane sempre ugualmente vero: giacché la situazione dell’essere nell’ambiente è determinata in definitiva dalla sua natura propria, gli elementi ch’esso prende dal suo ambiente più prossimo, e anche quelli che in qualche modo attira a sé da tutto l’insieme indefinito del suo dominio di manifestazione (e questo, beninteso, s’applica sia agli elementi di ordine sottile sia a quelli di ordine corporeo), devono necessariamente essere in corrispondenza con tale natura, altrimenti esso non potrebbe assimilarseli effettivamente in modo da farne quasi altrettante modificazioni secondarie di se stesso. In ciò consiste l’“affinità” in virtù della quale l’essere, potremmo dire, prende dall’ambiente solo quel che è conforme alle possibilità che porta in sé, che sono le sue proprie e non quelle di qualche altro essere, solo quel che, proprio a causa di questa conformità, deve fornire le condizioni contingenti che consentono a tali possibilità di svilupparsi o di “attualizzarsi” nel corso della sua manifestazione individuale [5]. È del resto evidente che ogni relazione tra due esseri qualsiasi, per essere reale, deve per forza essere l’espressione di qualcosa che appartenga nel contempo alla natura dell’uno e dell’altro; così, l’influenza che un essere sembra subire dal di fuori e ricevere da altri non è mai veramente, quando la si consideri da un punto di vista più profondo, che una specie di traduzione, rapportata all’ambiente, d’una possibilità inerente alla natura propria di quest’essere stesso [6].

Vi è tuttavia un senso nel quale si può dire che l’essere subisce veramente, nella sua manifestazione, l’influenza dell’ambiente; ma è solo in quanto tale influenza sia considerata dal lato negativo, ossia in quanto costituisca propriamente per questo essere una limitazione. È una immediata conseguenza del carattere condizionato di ogni stato di manifestazione: l’essere vi si trova sottomesso a certe condizioni che hanno un ruolo limitativo, e che comprendono in primo luogo le condizioni generali che definiscono lo stato considerato, e poi le condizioni specifiche che definiscono la particolare modalità di manifestazione di questo essere in questo stato. È del resto facile capire che, nonostante le apparenze, la limitazione come tale non ha alcuna esistenza positiva, non è nient’altro che una restrizione escludente certe possibilità, o una “privazione” rispetto a ciò che in tal modo esclude, vale a dire, comunque si voglia esprimerlo, qualcosa di puramente negativo.

D’altra parte, dev’essere chiaro che tali condizioni limitative sono essenzialmente inerenti a un certo stato di manifestazione, si applicano esclusivamente a quel che è compreso in questo stato e, di conseguenza, non potrebbero in alcun modo attaccarsi all’essere stesso e seguirlo in un altro stato. L’essere, per manifestarsi in questo, naturalmente troverà altre condizioni di carattere analogo, ma diverse da quelle alle quali soggiaceva nello stato che abbiamo considerato per primo, e che non potranno mai essere descritte in termini adatti solo a queste ultime, come ad esempio quelli del linguaggio umano, che non possono esprimere condizioni d’esistenza diverse da quelle dello stato corrispondente, poiché tale linguaggio si trova in definitiva determinato e come plasmato da queste stesse condizioni. Insistiamo su questo punto perché, se si ammette senza eccessiva difficoltà che gli elementi tratti dall’ambiente per entrare nella costituzione dell’individualità umana, ciò che è propriamente una “fissazione” o una “coagulazione” di tali elementi, devono essergli restituiti, per “soluzione”, allorché questa individualità ha concluso il suo ciclo d’esistenza e l’essere passa a un altro stato, come del resto tutti possono constatarlo direttamente almeno per quanto riguarda gli elementi d’ordine corporeo [7], sembra meno semplice ammettere, sebbene in realtà le due cose siano tuttavia abbastanza strettamente legate, che l’essere esce allora interamente dalle condizioni alle quali era sottomesso in tale stato individuale [8]; e questo dipende senza dubbio soprattutto dall’impossibilità, non certo di concepire, ma di rappresentarsi condizioni d’esistenza completamente diverse da quelle, e per le quali è impossibile trovare in questo stato alcun termine di paragone.

Un’importante applicazione di quanto abbiamo appena detto è quella che si riferisce al fatto che un essere individuale appartiene a una certa specie, come ad esempio la specie umana: vi è evidentemente qualcosa nella natura stessa di tale essere che ha determinato la sua nascita in questa specie anziché in un’altra [9]; ma, d’altra parte, si trova in seguito a ciò sottomesso alle condizioni espresse dalla definizione stessa della specie, e che saranno tra le condizioni specifiche del suo modo d’esistenza in quanto individuo; potremmo dire che sono i due aspetti positivo e negativo della natura specifica, positivo in quanto dominio di manifestazione di certe possibilità, negativo in quanto condizione limitativa di esistenza. Soltanto, bisogna capire bene che l’essere appartiene effettivamente alla specie in questione solo in quanto individuo manifestato nello stato considerato, e che, in ogni altro stato, esso le sfugge interamente e non le resta in alcun modo legato. In altri termini, la considerazione della specie si applica unicamente nel senso orizzontale, ossia nel dominio d’un determinato stato d’esistenza; essa non può assolutamente intervenire nel senso verticale, ossia quando l’essere passa ad altri stati. Beninteso, quel ch’è vero a questo riguardo per la specie lo è anche, a maggior ragione, per la razza, per la famiglia, insomma per tutte le porzioni più o meno ristrette del dominio individuale in cui l’essere, per le condizioni della sua nascita, si trova incluso quanto alla sua manifestazione nello stato considerato [10].

Per terminare queste considerazioni, diremo qualche parola sul modo in cui si possono considerare, secondo quanto precede, le cosiddette “influenze astrali”; e in primo luogo, è opportuno precisare che con ciò non si devono intendere esclusivamente, e neppure principalmente, le influenze proprie degli astri i cui nomi servono a designarle, sebbene tali influenze, come quelle di qualsiasi cosa, abbiano certamente anch’esse una loro realtà nel loro ordine, ma che questi astri rappresentano soprattutto simbolicamente, il che non vuole per nulla dire “idealmente” o secondo un modo di dire più o meno figurato, ma al contrario in virtù di corrispondenze effettive e precise fondate sulla costituzione stessa del “macrocosmo”, la sintesi di tutte le diverse categorie di influenze cosmiche che si esercitano sull’individualità, e che per la maggior parte rientrano propriamente nell’ordine sottile. Chi ritenga, come succede il più abitualmente, che tali influenze dominino l’individualità, si pone dal punto di vista più esteriore; in un ordine più profondo, la verità è che, se l’individualità è in rapporto con un insieme definito di influenze, ciò avviene perché tale insieme è quello stesso conforme alla natura dell’essere che si manifesta in questa individualità. Così, se le “influenze astrali” sembrano determinare ciò che è l’individuo, questa è tuttavia solo l’apparenza; in fondo, esse non lo determinano, ma lo esprimono soltanto, in ragione dell’accordo o dell’armonia che necessariamente devono esistere tra l’individuo e il suo ambiente, e senza i quali questo individuo non potrebbe in alcun modo realizzare le possibilità il cui sviluppo costituisce il corso stesso della sua esistenza. La vera determinazione non viene dal di fuori, ma dall’essere stesso (ciò in definitiva equivale a dire che, nella formazione del Sale, lo Zolfo è il principio attivo, mentre il Mercurio è solo il principio passivo), e i segni esteriori consentono soltanto di discernerla, prestandole in qualche modo un’espressione sensibile, almeno per coloro che sapranno interpretarli correttamente [11]. Di fatto, questa considerazione non modifica sicuramente in nulla i risultati che si possono trarre dall’esame delle “influenze astrali”; ma, dal punto di vista dottrinale, essa ci sembra essenziale per capire il vero ruolo di queste, ossia, in definitiva, la reale natura dei rapporti dell’essere con l’ambiente in cui si compie la sua manifestazione individuale, poiché ciò che si esprime attraverso tali influenze, sotto una forma intelligibilmente coordinata, è la moltitudine indefinita dei diversi elementi che costituiscono quest’ambiente nella sua interezza. Non v’insisteremo ulteriormente qui, giacché pensiamo di averne detto abbastanza da far capire come ogni essere individuale partecipi in qualche modo d’una duplice natura, che si può, secondo la terminologia alchemica, dire “sulfurea” quanto all’interiore e “mercuriale” quanto all’esteriore; ed è questa duplice natura, pienamente realizzata e perfettamente equilibrata nell’“uomo vero”, a fare effettivamente di questi il “Figlio del Cielo e della Terra” e, nello stesso tempo, a renderlo atto ad adempiere la funzione di “mediatore” tra questi due poli della manifestazione.

* R. Guénon, La Grande Triade, Revue de la Table Ronde, Paris/Nancy, 1946, cap. XIII.

1. Per l’esposizione dettagliata di questa rappresentazione geometrica, rinvieremo come sempre al nostro studio su Le Symbolisme de la Croix.

2. Diciamo qui “corpo-anima” piuttosto che “corpo-spirito” perché, di fatto, è sempre l’anima che in simili casi è scambiata abusivamente per lo spirito, quest’ultimo restando in realtà completamente ignorato.

3. Cfr. Les États multiples de l’être, cap. III.

4. Ciò si riferisce al punto di vista corrispondente al senso orizzontale nella rappresentazione geometrica; se si considerano le cose in senso verticale, questa solidarietà di tutti gli esseri appare come una conseguenza della stessa unità principiale da cui procede necessariamente ogni esistenza.

5. Tali condizioni sono quelle che talvolta vengono chiamate “cause occasionali”, ma è ovvio che non si tratta di cause nel vero senso della parola, per quanto ne possano avere l’apparenza quando ci si limita al punto di vista più esteriore; le vere cause di tutto quel che accade a un essere, in fondo, sono sempre le possibilità inerenti alla natura stessa di questo essere, cioè qualcosa di ordine puramente interiore.

6. Cfr. quel che abbiamo detto altrove, a proposito delle qualificazioni iniziatiche, sulle infermità d’origine apparentemente accidentale (Aperçus sur l’Initiation, cap. XIV).

7. È il caso di dire che la morte corporea non coincide necessariamente con un cambiamento di stato nel senso stretto della parola, e che può rappresentare anche solo un semplice cambiamento di modalità all’interno d’uno stesso stato d’esistenza individuale; ma, fatte le debite proporzioni, le stesse considerazioni si applicano ugualmente in entrambi i casi.

8. O da una parte di queste condizioni quando si tratti solo d’un cambiamento di modalità, come il passaggio a una modalità extra-corporea dell’individualità umana.

9. Si noti che, in sanscrito, il termine jâti significa sia “nascita” sia “specie” o “natura specifica”.

10. Naturalmente, il caso della casta non fa qui assolutamente eccezione; del resto ciò risulta, più visibilmente che in qualunque altro caso, dalla definizione della casta come espressione della natura individuale (varna) e facente quasi tutt’uno con essa, ciò che ben indica com’essa esista solo fintantoché l’essere è considerato nei limiti dell’individualità, e come, se essa esiste necessariamente finché l’essere vi è contenuto, non possa invece sussistere oltre tali limiti, tutto ciò che costituisce la sua ragion d’essere trovandosi esclusivamente all’interno di questi e non potendo essere trasposto in un altro dominio d’esistenza, dove la natura individuale in questione non risponde più ad alcuna possibilità.

11. Qui sta peraltro, in modo generale, il principio stesso di tutte le applicazioni “divinatorie” delle scienze tradizionali.

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