Semplicità naturale *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

Lie-Tzeu

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A. Hoang-ti regnava da quindici anni, godendo della sua popolarità, preoccupandosi della sua salute, concedendo piacere ai suoi sensi, al punto d’esserne patito e stravolto. Regnato che ebbe trent’anni, facendo continui sforzi intellettuali e fisici per organizzare l’impero e migliorare le condizioni del popolo, si ritrovò ancora più magro e affaticato. Allora disse a se stesso sospirando: «Devo aver esagerato. Se non sono in grado di far del bene a me stesso, come potrei essere in grado di farne a tutti gli esseri?». Su questa riflessione, Hoang-ti abbandonò le preoccupazioni del governo, lasciò il palazzo, sciolse il suo seguito, si privò della musica, si costrinse a una dieta frugale, si ritirò in un appartamento appartato, dove per tre mesi si dedicò unicamente a regolare i propri pensieri e imbrigliare il suo corpo. Durante questa reclusione, un giorno, mentre riposava, sognò che passeggiava nel paese di Hoa-su-cheu. – Questo paese è a ovest di Yen-tcheu, a nord di T’ai-tcheu, non so a quante miriadi di stadi dal paese di Ts’i. Non si saprebbe arrivarci, né in barca, né in carrozza; solo il volo dell’anima lo raggiunge. In questo paese, non c’è nessun capo; tutto vi procede spontaneamente. Il popolo non ha né desideri né brame, soltanto il proprio istinto naturale. Nessuno vi ama la vita, né vi teme la morte; ciascuno vive fino al suo termine. Né amicizie né odi. Né guadagni né perdite. Né interessi né timori. L’acqua non li annega, il fuoco non li brucia. Nessun’arma può ferirli, nessuna mano può arrecar loro danno. S’innalzano nell’aria come se salissero dei gradini, e si sdraiano nel vuoto come su un letto. Nubi e nebbie non ostacolano il loro sguardo, il fragore del tuono non disturba il loro udito, nessuna bellezza o bruttezza commuove i loro cuori, nessuna altezza o profondità infastidisce i loro percorsi. Il volo dell’anima li conduce dappertutto. – Al suo risveglio, una luce pacifica si fece nello spirito dell’imperatore. Chiamò i suoi ministri principali, T’ien­lao, Li-mu, T’ai-chan-ki, e disse loro: «Durante tre mesi di ritiro, ho regolato il mio spirito e domato il mio corpo, pensando a come dovrei fare per governare senza affaticarmi. Nello stato di veglia, non ho trovato la soluzione; essa mi si è presentata, mentre dormivo. Ora so che il Principio supremo non si coglie con sforzi positivi (ma per astrazione e inazione). La luce è fatta nel mio spirito, ma non posso spiegarvi di più». – Dopo questo sogno, Hoang-ti regnò ancora ventotto anni (applicando i1 metodo di lasciare andare tutte le cose). Così l’impero divenne molto prospero, quasi quanto il paese di Hoa-su-cheu. Poi l’imperatore salì verso le regioni elevate, dalle quali, due secoli dopo, il popolo (che lo rimpiangeva) ancora lo ricordava.

B. Il monte Lie-ku-ie si trova nell’isola Ho-tcheu. È abitato da uomini trascendenti, che non si nutrono di alimenti, ma aspirano l‘aria e bevono rugiada. Il loro spirito è limpido come l’acqua d’una sorgente, il loro colorito è fresco come quello d’una fanciulla. Gli uni dotati di facoltà straordinarie, gli altri solamente molto saggi, senza amore, senza paura, vivono pacifici, semplicemente, modestamente, provvisti di ciò che è loro necessario senza aver bisogno di procurarselo. In loro, lo yinn e lo yang sono costantemente in armonia, il sole e la luna illuminano senza interruzione, le quattro stagioni sono regolari, il vento e la pioggia vengono a piacimento, la riproduzione degli animali e la maturazione dei raccolti vanno a buon fine. Non ci sono miasmi micidiali, bestie ostili, fantasmi che provochino la malattia o la morte, apparizioni o fragori straordinari (fenomeni che denotano sempre un difetto nell’equilibrio cosmico).

C. Dal suo maestro Lao-chang-cheu, e dal suo amico Pai­kao-tzeu, Lie-tzeu apprese l’arte di cavalcare il vento (viaggi estatici). Venutolo a sapere, Yinn-cheng andò ad abitare con lui, nell’intento d’imparare da lui quest’arte, e assistette alle sue estasi che lo privavano di coscienza per tempi ragguardevoli. Più volte gliene chiese la tecnica, ma fu respinto ogni volta. Scontento, chiese congedo. Lie-tzeu non gli rispose. Yinn-cheng se ne andò. Ma, sempre roso dallo stesso desiderio, nel giro di qualche mese ritornò da Lie-tzeu. Questi gli domandò: «Perché sei partito? Perché sei ritornato?». – Yinn-cheng rispose: «Avete respinto tutte le mie richieste; vi ho preso in antipatia e sono partito; ora che il mio risentimento è spento, sono ritornato». Lie-tzeu disse: «Ti credevo di animo migliore; possibile l’abbia così vile? Ti racconterò come sono stato formato dal mio maestro. Entrai presso di lui con un amico. Passai tre anni interi nella sua casa, impegnato a imbrigliare il mio cuore e la mia bocca, senza che mi degnasse d’un solo sguardo. Poiché progredivo, dopo cinque anni mi sorrise per la prima volta. Continuando a progredire, dopo sette anni mi fece sedere sulla sua stuoia. Dopo nove anni di sforzi, perdetti alfine ogni nozione del sì e del no, del vantaggio e dello svantaggio, della superiorità del mio maestro e dell’amicizia del mio condiscepolo. Allora l’uso specifico dei miei diversi sensi fu sostituito da un senso generale; il mio spirito si condensò, mentre il corpo si rarefaceva; le ossa e le carni si liquefecero (si eterizzarono); perdetti la sensazione di pesare sul sedile, di sostenermi sui piedi (levitazione); infine partii, al piacere del vento, verso est, verso ovest, in tutte le direzioni, come una foglia morta portata [dal vento], senza rendermi conto se era il vento che mi sollevava, o se ero io che cavalcavo il vento. – Ecco attraverso quale lungo esercizio di spoliazione, di ritorno alla natura, ho dovuto passare, per giungere all’estasi. – E tu che sei appena entrato da un maestro, che sei ancora tanto imperfetto da spazientirti e corrucciarti; tu, che l’aria respinge e di cui la terra deve ancora sopportare il corpo grossolano e pesante, tu pretendi innalzarti sul vento nel vuoto?». Yinn-cheng si ritirò confuso, senza osare rispondere.

D. Lie-tzeu domandò a Koan-yinn-tzeu: «L’uomo superiore passa là dove non ci sono aperture, attraversa il fuoco senza bruciarsi, s’innalza altissimo senza provare vertigine; ditemi, ve ne prego, come fa ad arrivare a tanto?». – «Conservando, rispose Koan-yinn-tzeu, la sua natura perfettamente pura; non attraverso un procedimento sapiente o ingegnoso. Te lo voglio spiegare. Tutto quel che ha forma, figura, suono e colore, tutto ciò sono gli esseri. Perché questi esseri dovrebbero opporsi gli uni agli altri? Perché dovrebbe esistere tra di loro un altro ordine, se non la priorità nel tempo? Perché la loro evoluzione dovrebbe interrompersi, all’abbandono della loro forma attuale? Comprendere ciò a fondo, ecco la vera scienza. Chi l’ha compresa, possedendo una base solida, abbraccerà l’intera catena degli esseri, unificherà le sue potenze, fortificherà il suo corpo, tratterrà le sue energie, comunicherà con l’evoluzione universale. Poiché la sua natura conserverà la sua perfetta integrità, il suo spirito la sua intera libertà, nulla d’esteriore avrà presa su di lui. Se quest’uomo, in stato d’ebbrezza, cadesse da un carro, non si ferirebbe mortalmente. Sebbene le sue ossa e le sue articolazioni siano come quelle degli altri uomini, lo stesso trauma non avrà su di lui lo stesso effetto; perché il suo spirito, essendo unificato, protegge il suo corpo. L’incoscienza agisce come un involucro protettivo. Nulla ha presa sul corpo, quando lo spirito non è in preda alle emozioni. Nessun essere può nuocere al Saggio, avvolto nell’integrità della sua natura, protetto dalla libertà del suo spirito».

E. Lie-uk’eu (Lie-tzeu) tirava con l’arco in presenza di Pai-hunn­u-jenn, con una tazza piena d’acqua sospesa al gomito sinistro. Tendeva l’arco, con la mano destra, al suo massimo, scoccava, incoccava un’altra freccia, scoccava di nuovo; e così via, con l’impassibilità di una statua, senza che l’acqua della tazza vacillasse. – Pai-hunn­u-jenn gli disse: «Il vostro tiro è quello di un arciere tutto assorbito dal suo tiro (tiro artificiale), non il tiro di un arciere indifferente al suo tiro (tiro naturale). Seguitemi su qualche alta montagna, sul bordo di un precipizio, e vedremo se conserverete ancora questa presenza di spirito». – I due uomini così fecero. Pai-hunn­u-jenn si piazzò sul bordo del precipizio, con le spalle all’abisso, i talloni sporgenti nel vuoto (e l’arciere deve piegarsi all’indietro per tendere!), poi salutò Lie-uk’eu secondo il rito, prima di apprestarsi al tiro. Ma Lie-uk’eu, colto dalla vertigine, giaceva già a terra, con il sudore che gli scorreva sul corpo. – Pai-hunn­u-jenn gli disse: «L’uomo superiore immerge il suo sguardo nelle profondità del cielo, negli abissi della terra, nel lontano orizzonte, senza che il suo spirito ne sia turbato. Mi sembra che i vostri occhi siano stravolti, e che, se tiraste, non colpireste il bersaglio».

F. Un membro della famiglia Fan, di nome Tzeu-hoa, avidissimo di popolarità, aveva attirato a sé tutta la gente del principato di Tsinn. Il principe di Tsinn ne aveva fatto il suo favorito, e l’ascoltava più volentieri dei suoi ministri, distribuendo su sua istigazione le onorificenze e le pene. Ragion per cui i postulanti facevano la coda alla porta di Tzeu-hoa, che si divertiva a farli scontrare verbalmente davanti a sé, addirittura a farli battere tra di loro, insensibile agli incidenti che avvenivano nel corso di questi scontri. I costumi pubblici del principato di Tsinn soffrirono di questi eccessi. – Un giorno Ho-cheng e Tzeu-pai, che tornavano da una visita alla famiglia Fan, passarono la notte, a una tappa dalla città, in una locanda tenuta da un tale Chang-K’iu-k’ai (taoista). Parlarono tra di loro di quel che avevano visto. «Questo Tzeu-hoa, si dissero, è onnipotente; salva e perde chi vuole; arricchisce o rovina a proprio capriccio». Chang-K’iu-k’ai, che non riusciva a prender sonno per la fame e il freddo, udì la conversazione attraverso lo sportello. L’indomani, portando qualche provvista, andò in città, e si presentò alla porta di Tzeu-hoa. Ora, coloro che si accalcavano a questa porta, erano tutte persone di condizione elevata, vestiti riccamente ed equipaggiati, pretenziosi e arroganti. Quando videro questo vecchietto decrepito, dal viso bruciato, malvestito e spettinato, tutti lo guardarono dall’alto in basso, poi lo trattarono sprezzantemente, infine si presero gioco di lui in ogni modo. Qualunque cosa facessero, Chang-K’iu-k’ai restava impassibile, prestandosi al loro gioco sorridendo. – Nel frattempo, Tzeu-hoa, che aveva condotto tutta la banda su un alto terrazzo, disse: «Prometto cento once d’oro a chi salterà di sotto!». I beffeggiatori di poco prima ebbero paura. Chang-K’iu-k’ai saltò immediatamente, scese dolcemente come un uccello che plana, e toccò terra senza rompersi un osso. «È un caso», disse la banda. – Poi Tzeu-hoa li condusse tutti alla riva del fiume, presso un’ansa che formava un profondo gorgo. «In questo punto, disse, proprio sul fondo, c’è una perla; chi riuscirà a prenderla, potrà tenerla!». Chang-K’iu-k’ai si tuffò subito, e riportò la rara perla dal fondo dell’abisso. Allora la banda incominciò a sospettare di avere di fronte un essere straordinario. – Tzeu-hoa lo fece rivestire, e ci si mise a tavola. Improvvisamente scoppiò un incendio in un deposito della famiglia Fan. «A colui che entrerà in quel rogo, disse Tzeu-hoa, darò tutto quel ne avrà salvato!». Senza un moto del volto, Chang-K’iu-k’ai entrò subito nel fuoco, e ne uscì, senza esserne né bruciato né arrossato. – Finalmente convinti che quest’uomo possedeva dei doni trascendenti, la banda gli porse le scuse. «Non sapevamo, dissero; ecco perché vi abbiamo mancato di riguardo. Voi non vi avete fatto caso, come foste sordo o cieco, confermando con questo stoicismo la vostra trascendenza. Vogliate confidarci la vostra formula!». – «Non ho formule, disse Chang-K’iu-k’ai. Seguo il mio istinto naturale, senza sapere né perché né come. Sono venuto qui per vedere, perché due dei miei ospiti hanno parlato di voi, la distanza non era grande. Ho prestato piena fede a tutto quel che mi avete detto, e ho voluto farlo, senza secondi fini relativi alla mia persona. Ho perciò agito sotto l’impulso del mio istinto naturale completo e indiviso. A chi agisce in questo modo, nessun essere s’oppone (tale azione essendo nel senso del movimento cosmico). Se non me lo aveste detto, non avrei mai sospettato che vi siete presi gioco di me. Ora che lo so, sono un po’ agitato. In questo stato, non oserei più, come prima, affrontare l’acqua e il fuoco, giacché non lo farei impunemente». – Dopo questa lezione, i clienti della famiglia Fan non insultarono più nessuno. Scendevano dai loro carri, per salutare lungo la strada, anche i mendicanti e i veterinari. – Tsai-no riferì questa storia a Confucio. «Indubbiamente, disse questi. Non sapevi che l’uomo assolutamente semplice, piega con questa semplicità tutti gli esseri, partecipa del cielo e della terra, propizia i mani, cosicché assolutamente nulla gli si oppone nelle sei regioni dello spazio, nulla gli è ostile, il fuoco e l’acqua non gli nuocciono? Che se la sua semplicità incosciente ha protetto Chang-K’iu-k’ai, quanto più la mia dirittura sagace potrà proteggere me! Ricordatelo!» (Allusione indiretta del caposcuola).

G. L’intendente ai pascoli dell’imperatore Suan-wang della dinastia Tcheu, aveva al suo servizio un sottoposto, Leang­-ying, dotato di un potere straordinario sugli animali selvaggi. Quando entrava nel loro recinto per nutrirli, i più riottosi, tigri, lupi, aquile pescatrici, si sottomettevano docilmente alla sua voce. Poteva affrontarli impunemente, nelle situazioni più critiche, epoche del calore o dell’allattamento, o in presenza di specie antagoniste. Venuto l’imperatore a sapere della cosa, pensò all’uso di qualche incantesimo, e ordinò al funzionario Mao-k’iuyuan di prendere informazioni. Leang-ying disse: «Io modesto sottoposto, come potrei possedere un incantesimo? Se ne possedessi uno, come oserei nasconderlo all’imperatore? In poche parole, ecco tutto il mio segreto: Tutti gli esseri che hanno sangue nelle vene, provano attrazioni e repulsioni. Queste passioni non si accendono spontaneamente, ma solo in presenza del loro oggetto. Io mi baso su questo principio, nei miei rapporti con le bestie feroci. Non do mai alle mie tigri una preda viva, per non risvegliare la loro passione d’uccidere; né una preda intera, per non eccitare il loro desiderio di squartare. Giudico delle loro disposizioni, vedendo a che grado sono affamate o sazie. La tigre ha questo in comune con l’uomo, che s’affeziona a chi la nutre e l’accarezza, e non uccide se non chi la provoca. Io evito perciò sempre di irritare le mie tigri, e mi sforzo al contrario di piacere loro. Ciò è difficile agli uomini d’umore instabile. Il mio umore è sempre lo stesso. Contente di me, le mie bestie mi considerano come dei loro. Nel mio serraglio, dimenticano le loro profonde foreste, le loro vaste paludi, le loro montagne e le loro valli». Semplice effetto di un trattamento razionale.

H. Yen-Hoei disse a Confucio: «Un giorno mentre attraversavo le rapide di Chang, ammiravo la destrezza straordinaria del traghettatore, e gli domandai: “S’impara quest’arte?” – “Sì, mi rispose. Chiunque sappia nuotare, può apprenderla. Un buon nuotatore l’impara subito. Un buon tuffatore la conosce senza averla appresa”. Non osai dire al traghettatore che non capivo la sua risposta. Vogliate spiegarmela voi, per favore». – «Ah! disse Confucio, t’ho detto questo spesso in altri termini, e non l’hai ancora capito! Ascolta e ricorda, questa volta! Chiunque sappia nuotare può apprenderla, perché non ha paura dell’acqua. Un buon nuotatore l’impara subito, perché non pensa neanche più all’acqua. Un buon tuffatore la conosce senza averla appresa, perché siccome l’acqua è diventata come il suo elemento, non gli provoca il minimo turbamento. Nulla disturba l’esercizio delle facoltà di colui al cui interno non penetra nessun turbamento. Quando la posta è un pezzo di coccio, i giocatori sono tranquilli. Quando la posta sono dei soldi, diventano nervosi. Quando è dell’oro, perdono la testa. L’abilità acquisita è sempre la stessa, ma sono più o meno incapaci di utilizzarla, più o meno distratti dall’attrazione per un oggetto esterno. Qualsiasi attenzione prestata a una cosa esteriore, disturba o altera l’interiore».

I. Un giorno che Confucio ammirava la cascata di Lu­leang, salto di duecentoquaranta piedi, che produce un torrente vorticoso per la lunghezza di trenta stadi, così rapido che né caimano né tartaruga né pesce riesce a risalirlo, vide un uomo che nuotava tra i gorghi. Credendo che fosse un disperato che cercava la morte, disse ai suoi discepoli di costeggiare la riva, per tirarlo fuori se fosse passato a portata. Ora, qualche centinaio di passi più a valle, l’uomo uscì da solo dall’acqua, si sciolse i capelli per asciugarli, e si mise a seguire la riva, ai piedi della diga, canterellando. Confucio, raggiuntolo, gli disse: «Quando vi ho scorto nuotare in questa corrente, ho pensato che voleste farla finita. Poi, vedendo la facilità con cui uscivate dall’acqua, vi ho preso per un essere trascendente. E invece, mi accorgo che siete un uomo, in carne e ossa. Spiegatemi, vi prego, la tecnica per nuotare in questo modo». – «Non conosco questa tecnica, fece l’uomo. Quando cominciai, mi applicai; col tempo, la cosa mi diventò facile; finalmente lo feci naturalmente, inconsapevolmente. Mi lascio risucchiare dall’imbuto centrale del vortice, poi risputare dal gorgo periferico. Seguo il movimento dell’acqua, senza fare io stesso alcun movimento. Ecco tutto quel che ve ne posso dire».

J. Confucio era in viaggio nel reame di Tch’u. In una radura, vide un gobbo che abbatteva le cicale al volo, come se le prendesse con le mani. «Siete molto abile, gli disse; ditemi il vostro segreto». – «Eccolo, disse il gobbo. Mi esercitai, per cinque o sei mesi, a far restare alcune palle in equilibrio sulla mia canna. Quando riuscii a farne restar ferme due, erano poche le cicale che mancavo. Quando arrivai a farne restar ferme tre, ne mancavo soltanto una su dieci. Quando arrivai a farne restar ferme cinque, presi le cicale al volo, con la mia canna, con tanta sicurezza che con le mani. Il mio corpo, il mio braccio, non subiscono più alcun fremito nervoso spontaneo. La mia attenzione non si lascia più distrarre da nulla. In quest’universo immenso, così pieno di esseri, io vedo soltanto la cicala che prendo di mira, e non la sbaglio più». – Confucio guardò i discepoli e disse loro: «Concentrare la propria volontà su un oggetto unico, produce la cooperazione perfetta del corpo con lo spirito». – Prendendo a sua volta la parola, il gobbo domandò a Confucio: «Ma voi, letterato, con che fine mi avete fatto questa domanda? Perché informarvi su ciò che non vi riguarda? Non avrete per caso qualche intenzione malevola?».
Un giovane che abitava in riva al mare, amava molto i gabbiani. Tutte le mattine, andava sulla riva del mare per salutarli, e i gabbiani scendevano a centinaia, a giocare con lui. Un giorno il padre del giovane gli disse: «Visto che i gabbiani hanno così confidenza con te, prendine qualcuno e portamelo, perché anch’io possa giocare con loro». L’indomani il giovane si recò alla spiaggia come d’abitudine, ma con l’intenzione nascosta d’obbedire al padre. Il suo esteriore tradì il suo interiore. I gabbiani si insospettirono. Giocarono nell’aria sopra la sua testa, ma nessuno discese. – L’uso migliore che si può fare della parola, è tacere. L’azione migliore, è non agire. Voler abbracciare tutto il conoscibile, produce solo una scienza superficiale.

K. Portando con sé un seguito di centomila persone, Tchao­síang-tzeu andava a caccia sui monti Tchung-chan. Per snidare le bestie selvagge dalle loro tane, fece incendiare la boscaglia. Il chiarore dell’incendio era visibile a cento stadi di distanza. In mezzo al rogo, si vide un uomo uscire da una roccia, volteggiare nelle fiamme, scherzare in mezzo al fumo. Gli spettatori pensarono tutti che non poteva trattarsi che d’un essere trascendente. Estintosi l’incendio, questi venne verso di loro, tranquillo, come se niente fosse. Sorpreso, Tchao-siang-teu lo fermò e l’esaminò attentamente. Era un uomo fatto come gli altri. Tchao-siang-teu gli domandò il suo segreto per penetrare le rocce e soggiornare nel fuoco; l’uomo rispose: «Che cos’è una roccia? Che cos’è il fuoco?». Tchao-siang-teu disse: «Quella da cui siete uscito, è una roccia; quello che avete attraversato, è fuoco». «Ah! fece l’uomo, non lo sapevo». – Il marchese Wenn di Wei, quando sentì raccontare questo fatto, chiese a Tzeu-hia cosa pensasse di un quest’uomo. «Ho sentito dire al mio maestro (Confucio), disse Tzeu-hia, che chi abbia raggiunto l’unione perfetta con il cosmo, nessun essere può più nuocergli; che penetra a suo piacere il metallo e la pietra; che cammina a volontà sull’acqua e nel fuoco». «Voi, domandò il marchese, possedete questo dono?». «No, disse Tzeu-hia, giacché non sono ancora riuscito a sbarazzarmi della mia intelligenza e della mia volontà; sono ancora soltanto un discepolo». «E il vostro maestro Confucio, possiede questo dono?» domandò il marchese. «Sì, disse Tzeu-hia, ma non ne fa sfoggio». Il marchese Wenn ne fu edificato.

L. Un indovino tra i più trascendenti, di nome Ki-hien, originario del principato di Ts’i, si stabiliì in quella di Tcheng. Prediceva le disgrazie e la morte, giorno più giorno meno, infallibilmente. Per questo la gente di Tcheng, che non ci teneva a saperla così lunga, scappava il più lontano possibile quando lo vedeva arrivare. – Lie-tzeu, recatosi a vederlo, rimase meravigliato da quel che vide e udì. Di ritorno, disse al suo maestro Hu­K’iu-tzeu: «Fino a oggi ritenevo la vostra dottrina come la più perfetta, ma ecco che ne ho trovata una superiore». – Hu­K’iu-tzeu disse: «Tu non conosci tutta la mia dottrina, avendone da me ricevuto soltanto l’insegnamento exoterico, e non quello esoterico. Il tuo sapere assomiglia alle uova deposte dalle galline non fecondate; manca loro (il germe) l’essenziale. E poi, quando si discute, occorre avere una fede ferma nella propria opinione, pena, se si vacilla, d’essere intuiti dall’avversario. È quel che ti sarà successo. Ti sarai tradito, e avrai poi preso il fiuto naturale di Ki-hien per divinazione trascendente. Portami quest’uomo, perché veda come stanno le cose». – L’indomani, Lie-tzeu condusse l’indovino da Hu­K’iu-tzeu, con la scusa di una consultazione medica. Uscito che fu, l’indovino disse a Lie-tzeu: «Ohimè! Il vostro maestro è un uomo morto. Ne ha solo per pochi giorni. Esaminandolo, ne ho avuto una strana percezione, come di ceneri umide, presagio di morte». – Congedato l’indovino, Lie-tzeu rientrò, in lacrime, e riferì a Hu­K’iu-tzeu quel che gli era stato detto. Hu­K’iu-tzeu disse: «Mi sono manifestato a lui sotto le apparenze di una terra inerte e sterile, con tutte le mie energie immobili (aspetto che la gente comune presenta solo in punto di morte, ma che il contemplativo presenta a volontà). Lui ci è cascato. Portalo un’altra volta, e vedrai il seguito dell’esperimento». – Il giorno dopo Lie-tzeu ricondusse l’indovino. Quando uscì, disse a Lie-tzeu: «È una fortuna che il vostro maestro si sia rivolto a me; va già meglio; le ceneri si rianimano; ho visto qualche segno di energia vitale». Lie-tzeu riferì queste parole a Hu­K’iu-tzeu, che disse: «Mi sono manifestato a lui sotto l’aspetto di una terra fecondata dal cielo, con l’energia risalente dalle profondità sotto l’influsso dell’alto. Ha visto bene, ma interpretato male (prendendo per naturale quel che è contemplazione). Riportalo di nuovo, che continuiamo l’esperimento». – L’indomani Lie-tzeu ricondusse l’indovino. Dopo il suo esame, costui gli disse: «Oggi ho trovato al vostro maestro un aspetto vago e indeterminato, dal quale non riesco a trarre alcuna prognosi; quando il suo stato si sarà definito meglio, potrò dirvi come va». Lie-tzeu riferì queste parole a Hu­K’iu-tzeu, che disse: «Mi sono manifestato a lui sotto l’aspetto del grande caos non ancora differenziato, con tutte le mie potenze in stato d’equilibrio neutro. Non poteva di fatto trarre nulla di preciso da questa immagine. Un gorgo nell’acqua, può essere causato tanto dai trastulli d’un mostro marino, quanto da uno scoglio, dalla violenza della corrente, da uno zampillo, da una cascata, dalla confluenza di due corsi d’acqua, da uno sbarramento, da una derivazione, dalla rottura d’una diga; effetto identico di nove cause distinte (quindi impossibilità di dedurre direttamente dal gorgo la natura della sua causa; occorre un ulteriore esame per definirla). Portalo ancora una volta, e vedrai il seguito». – L’indomani, tornato, l’indovino non si fermò che un istante davanti a Hu­K’iu-tzeu, non ne capì nulla, perse il contegno e fuggì. «Corrigli dietro», disse Hu­K’iu-tzeu. Lie-tzeu obbedì, ma non riuscì a raggiungerlo. «Non ritornerà, disse Hu­K’iu-tzeu, gli ho manifestato la mia uscita dal principio primordiale prima dei tempi, un sommovimento nel vuoto senza forma apparente, un ribollimento della potenza inerte. Era troppo forte per lui, ecco perché si è dato alla fuga». – Constatando che di fatto non capiva ancora nulla della dottrina esoterica del suo maestro, Lie-tzeu si ritirò in casa sua per tre anni consecutivi. Cucinò per sua moglie, accudì i maiali come fossero uomini (per distruggere in se stesso i pregiudizi umani). Si disinteressò di ogni cosa. Ricondusse alla semplicità primitiva tutto quel che in lui era cultura artificiale. Diventò grezzo come una zolla di terra, estraneo a tutti gli avvenimenti e accidenti, e rimase così concentrato in uno fino alla fine dei suoi giorni.

M. Mentre maestro Lie-tzeu stava andando a Ts’i; improvvisamente ritornò sui suoi passi. Incontrò Pai-hunn-u-jenn, che gli chiese: «Perché tornate sui vostri passi in questo modo?». – «Perché ho paura», disse Lie-tzeu. – «Paura di che?», fece Pai-hunn-u-jenn. – «Sono entrato in dieci trattorie, disse Lie-tzeu, e per cinque volte sono stato servito per primo. Sarà che la mia perfezione interiore, trasparendo, abbia dato nell’occhio a quella gente, se hanno servito dopo di me clienti più ricchi o più anziani di me. Ho avuto quindi paura che, se fossi andato fino alla capitale di Ts’i, riconosciuto anch’egli il mio merito, il principe scaricasse sulle mie spalle il governo che gli pesa». – «Ben pensato, disse Pai-hunn-u-jenn. Siete sfuggito a un padrone principesco; ma temo avrete presto dei maestri a domicilio». – Qualche tempo dopo, Pai-hunn-u-jenn, recatosi a visitare Lie-tzeu, vide davanti alla sua porta una quantità di scarpe (segnale della presenza di numerosi visitatori). Fermatosi nel cortile, rifletté a lungo, il mento appoggiato al capo del bastone, poi se ne andò senza dire parola. Tuttavia il portiere aveva avvertito Lie-tzeu. Questi afferrò lestamente i sandali, e senza neppure calzarli, corse dietro all’amico. Lo raggiunse alla porta esterna, e gli disse: «Perché ve ne andate così, senza lasciarmi neppure un messaggio?». – «A che servirebbe ormai? disse Pai-hunn-u-jenn, Non ve l’avevo detto? Adesso avete dei maestri. Senza dubbio, non li avete attirati, ma neanche avete saputo respingerli. Quale influenza potrete avere ormai su quella gente? Si influenza solo a condizione di tenere la distanza. A coloro da cui si è conquistati, non si può più dire niente. Coloro con cui si è legati, non li si può correggere. Le chiacchiere della gente comune, sono veleno per l’uomo perfetto. A che scopo conversare con esseri che non sentono e non capiscono?».

N. Mentre Yang-tchou stava andando a P’ei e Lao-tzeu a Ts’inn, i due s’incontrarono a Leang. Alla vista di Yang-tchou, Lao-tzeu levò gli occhi al cielo, e disse con un sospiro: «Speravo di potervi istruire, ma constato che non vi è modo». – Yang-tchou non rispose. Arrivati alla locanda dove dovevano passare la notte, Yang-tchou portò prima di persona il necessario per rinfrescarsi e lavarsi. Poi, quando Lao-tzeu si fu installato nella sua camera, lasciati i calzari alla porta, Yang-tchou entrò ginocchioni, e disse a Lao-tzeu: «Non ho capito quel che avete detto di me, levando gli occhi al cielo e sospirando. Non volendo ritardare la vostra marcia, non vi ho chiesto subito spiegazioni. Ma ora che siete libero, vogliate spiegarmi il senso delle vostre parole». – Voi avete, disse Lao-tzeu, un’aria così altezzosa che ripugna; mentre il Saggio è come confuso per quanto irreprensibile sia, e si giudica insufficiente qualunque sia la sua perfezione». – «Approfitterò della vostra lezione, disse Yang-tchou, raggelato». – La notte stessa Yang-tchou s’umiliò a tal punto, che il personale dell’albergo che l’aveva servito con rispetto la sera al suo arrivo, non ebbe più alcun riguardo per lui il mattino alla sua partenza (il rispetto dei camerieri essendo, in Cina, proporzionale alla tracotanza del viaggiatore).

O. Passando per il principato di Song, Yang-tchu fu ospitato in una locanda. L’albergatore aveva due mogli, una bella, l’altra brutta. La brutta era amata, la bella detestata. «Perché succede?» domandò Yang-tchu a un piccolo domestico. «Perché, rispose il fanciullo, la bella fa la bella, e questo ce la rende sgradevole; mentre la brutta sa di esser brutta, e questo ci fa dimenticare la sua bruttezza». – «Ricordatevi di questo, discepoli! disse Yang-tchu. Se siete saggi, non atteggiatevi a saggi; ecco il segreto per farsi benvolere dappertutto».

P. In questo mondo vi sono in qualche modo due vie; quella della subordinazione, la deferenza; quella dell’insubordinazione, l’arroganza. I loro sostenitori sono stati definiti dagli antichi in questo modo: «Gli arroganti provano simpatia solo per quelli più piccoli di loro, i deferenti provano affezione anche per coloro che gli sono superiori». L’arroganza è pericolosa, poiché s’attira delle inimicizie; la deferenza è sicura, poiché non ha che amici. Al deferente tutto riesce, tanto nella vita privata quanto in quella pubblica; l’arrogante invece riscuote solo insuccessi. Per questo U-tzeu ha detto che la potenza deve sempre essere temperata dalla condiscendenza; che è la condiscendenza a fare durevole la potenza; che questa regola permette di prevedere a colpo sicuro, se tale individuo, se tale stato, prospererà o deperirà. La forza non è solida, mentre nulla uguaglia la solidità della dolcezza. E Lao-tan ha detto: «La potenza di uno stato gli attira la rovina, come la grandezza di un albero chiama la scure. La debolezza fa vivere, la forza fa morire».

Q. Il Saggio si allea con chi ha i suoi stessi sentimenti interiori, la gente comune si lega con chi piace per il suo esteriore. Ora in un corpo umano può nascondersi un cuore di bestia; un corpo di bestia può contenere un cuore d’uomo. In entrambi i casi, giudicare secondo le apparenze, indurrà in errore. – Fu-hi, Niu-wa, Chenn-nung, U il Grande, possedevano, chi una testa umana su un corpo di serpente, chi una testa di bue, chi un muso di tigre; ma, sotto queste forme animali, furono grandi Saggi. Mentre Kie l’ultimo degli Hia, Tcheu l’ultimo degli Yinn, il duca Hoan di Lu, il duca Mu di Tch’u, furono bestie sotto forma umana. – Quando Hoang-ti diede battaglia a Yen-ti nella piana di Fan-ts’uan, il suo fronte d’attacco era formato da bestie feroci, le sue truppe leggere erano costituite da uccelli rapaci. Questi animali erano stati attratti dal suo ascendente. – Quando Yao incaricò K’oei di occuparsi della musica, gli animali accorsero e ballarono, incantati dai suoi accenti. – Dopo questi esempi, si può dire vi sia, tra gli animali e gli uomini, una differenza essenziale? Indubbiamente, le loro forme e i loro linguaggi differiscono da quelli degli uomini, ma forse che non v’è modo d’intendersi con loro nonostante ciò? I Saggi di cui sopra, che conoscevano tutto ed estendevano la loro sollecitudine a tutti, seppero conquistare anche gli animali. Esistono numerosi punti comuni tra gli istinti degli animali e i costumi degli uomini. Anche loro vivono a coppie, e i genitori amano i figli. Anche loro per insediarsi cercano luoghi sicuri. Anche loro preferiscono le regioni temperate a quelle fredde. Anche loro si riuniscono in gruppi, marciano in ordine, i piccoli al centro, i più grandi tutt’intorno. Anche loro si indicano i buoni posti per bere o per brucare. – Nei tempi originari, gli animali e gli uomini abitavano e viaggiavano insieme. Quando gli uomini si diedero imperatori e re, la diffidenza ebbe origine e causò la separazione. Più tardi la paura allontanò sempre più gli animali dagli uomini. Ciononostante, ancora adesso, la distanza non è insuperabile. A Est, presso i Kie-cheu, si comprende ancora il linguaggio, almeno degli animali domestici. Gli antichi Saggi comprendevano la lingua e penetravano i sentimenti di tutti gli esseri, comunicavano con tutti come con il loro popolo umano, tanto con i koei i chenn i li i mei (esseri trascendenti), quanto con i volatili i quadrupedi e gli insetti. Partendo da questo principio, che i sentimenti d’esseri che hanno lo stesso sangue e respirano la stessa aria, non possono essere molto diversi, trattavano gli animali più o meno come degli uomini, con successo. – Un allevatore di scimmie del principato di Song, era arrivato a capire le scimmie, e a farsi capire da loro. Le trattava meglio dei componenti della sua famiglia, non rifiutava loro nulla. Ciononostante cadde nell’indigenza. Obbligato a razionare il cibo alle sue scimmie, trovò questo metodo, per far loro accettare la misura. «D’ora in avanti, disse loro, riceverete ciascuna tre tuberi la mattina e quattro la sera; vi sta bene?». Tutte le scimmie insorsero, arrabbiatissime. «Allora, disse loro, riceverete ciascuna quattro tuberi la mattina e tre la sera; vi sta bene?». Soddisfatte che si fosse tenuto conto del loro disappunto, tutte le scimmie si acquietarono, contentissime. È così che si conquistano gli animali. Il Saggio si accattiva alla stessa maniera gli sciocchi umani. Poco importa che il mezzo utilizzato sia reale o apparente; purché si riesca a dar soddisfazione, a non suscitare malcontento.

Altro esempio della stretta analogia tra gli animali e gli uomini. Ki-sing-tzeu allenava un gallo da combattimento, per l’imperatore Suan dei Tcheu. Dopo dieci giorni, siccome gliene chieseso notizie, disse: «Non è ancora in condizione di battersi; è ancora vanitoso e testardo». – Dieci giorni più tardi, nuovamente interrogato, rispose: «Non ancora; risponde ancora al canto degli altri galli». – Dieci giorni più tardi, disse: «Non ancora; è ancora nervoso e passionale». – Dieci giorni più tardi, disse: «Ora è pronto; non bada più al canto dei suoi simili; non è turbato, alla loro vista, quasi come se fosse di legno. Tutte le sue energie sono raccolte. Nessun altro gallo ce la farà contro di lui».

R. Hoei-yang, parente di Hoei-cheu, e sofista come lui, era andato a render visita al re K’ang di Song; questi s’innervosì e tossicchiò d’impazienza al vederlo, e gli disse loquacemente: «Quel che mi piace, è la forza, il coraggio; la bontà e l’equità non mi dicono nulla; eccovi avvertito; ditemi ora quel che avete da dirmi». – «Uno dei miei temi favoriti, disse Hoei-yang, è proprio quello di spiegare perché i colpi dei prodi e dei forti restano a volte senza effetto; vi piacerebbe ascoltare questo tipo di discorso?». – «Molto volentieri», disse il re. – «Restano senza effetto, riprese il sofista, quand’essi non li portano. E perché non li portano? Sia perché non osano, sia perché non vogliono. Questo è ancora uno dei miei temi favoriti. Supponiamo sia perché non vogliono. Perché non vogliono? Perché non ne avranno nessun vantaggio. Ancora uno dei miei temi favoriti. Supponiamo adesso che vi sia un mezzo per ottenere tutti i vantaggi, di accattivarsi il cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne dell’impero, di mettersi al riparo da tutte le noie, questo modo, non vi farebbe piacere conoscerlo?». – «Certo che sì! sbottò il re. – «Ebbene, disse il sofista, questo modo è la dottrina di Confucio e di Mei-ti, di cui poco fa non volevate sentir parlare. Confucio e Mei-ti, questi due principi senza terra, questi nobili senza titoli, sono la gioia e l’orgoglio degli uomini e delle donne di tutto l’impero. Se voi, principe, che avete terre e titoli, abbracciate la dottrina di questi due uomini, tutti si affideranno a voi, e voi diventereste più celebre di loro, avendo avuto per di più il potere». [1]– Il re di Song non fu in grado di ribattere. – Hoei-yang uscì trionfante. Era già lontano, quando il re di Song disse ai suoi cortigiani: «Ma parlate dunque! Quest’uomo m’ha ridotto al silenzio!».

* Estratto da Léon Wieger, Les pères du système taoïste, Cathasia, Parigi, 1950, II. Lie-Tzeu, cap. II. Nella traduzione rispettiamo la terminologia di P. Wieger, anche se talvolta impropria; pure nella trascrizione dei nomi propri seguiamo la lettura francese dell’originale.

1. Hoei-yang non era discepolo di Confucio. Ma il trionfo dei sofisti consisteva nel ridurre il loro avversario al silenzio sulla sua propria tesi. Il re di Song aveva incominciato dichiarando che detestava il Confucianesimo, Hoei-yang gli prova, senza credervi, che si tratta della migliore delle dottrine.

Lie-Tzeu